Bce, i tassi restano fermi: “Dalla guerra in Iran incertezza elevata, pronti ad agire se necessario”

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La Banca centrale europea non si muove. Non ancora, perlomeno. L’Eurotower sceglie la linea della prudenza e mantiene i tassi di interesse fermi, con l’indice sui depositi ancorato a quota 2,00%. La riunione odierna si chiude senza scossoni nella forma, dominata dall’attesa e dal peso delle incognite belliche in Medio Oriente. Francoforte intraprende la via della stabilità e rinvia ogni mossa in un panorama segnato da variabili esterne non governabili. I banchieri preferiscono prendere tempo fino a giugno, mese in cui le nuove proiezioni degli esperti offriranno un quadro nitido sugli effetti della crisi su crescita, aspettative di inflazione e listini. La decisione di oggi riflette il compromesso per decifrare i rischi in corso, che sono numerosi e con un’asimmetria di fondo che complica il lavoro del Consiglio direttivo.

L’assenza di interventi sul costo del denaro era attesa. I mercati finanziari, alla vigilia, registravano un allineamento inusuale tra i policymaker, come anche ricordato a più riprese dalla presidente Christine Lagarde negli ultimi due mesi. Il fattore chiave è l’incertezza, come evidenziato da Konstantin Veit, portfolio manager di Pimco, secondo cui il mantenimento dell’attuale posizione era chiaro. Questo perché sarebbe stato adeguato tenere «un atteggiamento di vigilanza in un contesto caratterizzato da un livello di incertezza eccezionalmente elevato». Del resto, le pressioni inflazionistiche sottostanti appaiono coerenti con l’obiettivo di medio termine e la dinamica salariale mostra i primi segnali di moderazione. Di conseguenza, il focus dei governatori slitta sulle conseguenze del conflitto iraniano in vista di più chiarezza sul fronte dei dati. Atteggiamento condiviso anche da Nadia Gharbi, senior economist di Pictet Wealth Management, sottolinea la strategia dei vertici di Francoforte. «In occasione della riunione del 30 aprile, ci aspettavamo che la Bce mantenesse invariata la politica monetaria, confermando un approccio data-dependent e monitorando attentamente eventuali segnali di disancoraggio delle aspettative di inflazione».

L’approccio della banca centrale è guidato dai dubbi sulla durata degli scontri e dalla ridotta evidenza di impatti collaterali nei dati macroeconomici. Qualora le condizioni avverse dovessero protrarsi fino all’estate, l’orizzonte muterebbe in modo radicale. Continua Gharbi in merito alle incognite di calendario: «La durata del conflitto sarà determinante per le prospettive di politica monetaria. Qualora le condizioni attuali dovessero protrarsi fino a giugno — con continue interruzioni nello Stretto di Hormuz e crescenti carenze di prodotti — il rischio di impatti non lineari su inflazione e crescita aumenterebbe significativamente». In tale scenario estremo, l’istituzione monetaria europea potrebbe introdurre uno o più rialzi di ricalibrazione, destinati a rimanere di breve respiro. Questo perché, salvo sorprese, il trasferimento del rincaro sull’inflazione core evidenzierebbe un impatto più contenuto rispetto allo shock energetico del 2022.

All’interno del grattacielo tedesco il dibattito rimane acceso. Nella riunione di aprile, l’ala propensa all’azione preventiva ha dovuto cedere il passo a una linea attendista. Geoff Yu, EMEA market strategist di BNY, offre uno spaccato delle dinamiche interne al board. «Diversi membri del Consiglio direttivo, pur affermando la necessità di utilizzare la politica monetaria per contrastare i rischi di inflazione in modo preventivo, non sono ancora pienamente favorevoli a un intervento ad aprile», dice Yu. Un aumento del costo del denaro nell’eurozona non appare giustificato alla luce della debolezza del quadro industriale, ma alcuni esponenti di spicco del Consiglio direttivo insistono per preservare un margine d’azione per le settimane a venire.

Il fronte della stabilità, secondo le indiscrezioni, poggia le proprie argomentazioni sui numeri dell’economia reale. Josefina Rodriguez, economista di Vanguard, concorda sulla traiettoria delineata e inquadra la decisione odierna in un perimetro di pragmatismo. «Sebbene i prezzi elevati dell’energia siano destinati a spingere al rialzo l’inflazione complessiva nel breve termine, l’indebolimento dello slancio della crescita e la significativa incertezza sulla persistenza delle pressioni sui prezzi sconsigliano una risposta immediata di politica monetaria», fa notare Rodriguez. Pur continuando a prevedere tassi invariati fino alla fine del 2026, la posizione di Francoforte appare in bilico, sospesa tra le turbolenze del greggio e il timore di una recessione continentale indotta dal calo degli investimenti.

La pausa europea si inserisce in una settimana cruciale per la finanza globale, segnata dai vertici delle principali istituzioni planetarie. Anche Banca d’Inghilterra, Banca del Giappone e Federal Reserve optano per il consolidamento delle posizioni attuali. Troppo marcate sono le incognite per prendere decisioni di politica monetaria con pochi dati d’impatto a supporto. Anthony Willis, investment manager di Columbia Threadneedle Investments, traccia un quadro d’insieme delle direttive internazionali. «Data la mancanza di chiarezza sugli eventi in Medio Oriente e sulle loro implicazioni, si prevede che la politica monetaria rimarrà al momento invariata», rimarca Willis. Il petrolio scambiato in area 110 dollari al barile ha sospinto le letture dell’inflazione headline nelle scorse settimane e ha obbligato le autorità a tracciare i contorni del contagio sui prezzi core. Le parole di Willis inquadrano il cambio di paradigma in atto sui mercati. «Al momento, ci troviamo in una fase di transizione: da quella che Christine Lagarde definirebbe una “situazione favorevole” a una “situazione molto incerta”. Le banche centrali hanno però un po’ di tempo per analizzare i dati e adottare un approccio ponderato».

Ne consegue, e questo è il ragionamento retrostante al consensus ricercato nel Consiglio direttivo di Francoforte, agire in fretta varando strette rigorose risulterebbe un errore tattico, in quanto il costo del denaro non possiede l’efficacia per abbassare il prezzo dei carburanti e causerebbe danni strutturali allo sviluppo industriale. Il parallelo con il 2022 offre una chiave di lettura chiara, tanto per i decisori quanto per gli analisti. Agli albori del conflitto ucraino il surriscaldamento era radicato nel sistema a causa della pandemia e dei problemi nella catena di approvvigionamento. Ecco perché, come ricordato anche da Lagarde, Willis traccia un confine netto tra le due diverse crisi. «Questa volta partiamo da un contesto di inflazione in calo, una politica della banca centrale più restrittiva e mercati del lavoro più flessibili. Di conseguenza, non crediamo che lo shock inflazionistico sarà così grave questa volta». Una opinione di relativa tranquillità rammentata anche dai vertici della Bce, ma che non può escludere che lo scenario più severo sia arginato. Molto dipenderà alla chiusura dello Stretto di Hormuz e dalla perdurante precarietà delle rotte commerciali nel Golfo Persico.

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