Prezzi in volo, stipendi al palo: ecco perché l’Italia soffre più degli altri

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In tempi di crisi petrolifera – e quella di Hormuz somiglia a tutti gli effetti a quelle che hanno attraversato gli anni Settanta – vengono a galla confronti che sembravano sepolti dalla storia. Allora come oggi la conseguenza immediata dell’aumento del costo dei carburanti è sui prezzi. E’ notizia di questa settimana il balzo mensile dell’inflazione: dall’1,7 di marzo al 2,8 per cento di aprile. La guerra fra Stati Uniti e Iran è una iattura in tutta Europa: in Germania il costo della vita è salito al 2,9 per cento, in Spagna al 3,5, in Francia al 2,5. Il caso vuole che in Italia lo scarto sia molto più forte, perché fin qui eravamo l’unico fra i grandi Paesi con un tasso inferiore al due per cento. Una pessima notizia per chi vive in un Paese nel quale le imprese da anni pagano – questo il punto – salari fra i più bassi dell’Unione.

Ai tempi della prima grande crisi petrolifera – correva il gennaio del 1975 – la risposta italiana fu un accordo fra sindacati e imprese, noto come Lama-Agnelli, allora rispettivamente segretario della Cgil e presidente di Confindustria, poi benedetto dall’allora governo democristiano. Quell’accordo introdusse un meccanismo piuttosto semplice e chiaro, più noto come scala mobile, o punto unico di contingenza: all’aumento del costo della vita corrispondeva un aumento automatico dei salari. Allora l’inflazione era una cosa molto più grave di oggi: quell’anno sfiorò il 17 per cento. Ma quell’accordo, che dava senza dubbio una risposta chiara ai problemi delle buste paga, alimentò negli anni una soluzione peggiore del male, ovvero la rincorsa fra prezzi e salari, spingendo l’inflazione fino al venti per cento.

Alle conseguenze di quell’accordo si mise una pezza quasi dieci anni dopo. Tra la fine del 1983 e l’inizio del 1984 Ezio Tarantelli – che per questo fu ucciso dalle Brigate Rosse – nel tentativo di arginare la rincorsa suggerì di porre un limite all’adeguamento massimo previsto dalla scala mobile. Ci pensò l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi con un decreto che prese il nome dal giorno della sua approvazione: era San Valentino del 1984. Oggi – per nostra fortuna e grazie anche all’esistenza di una moneta unica europea – la dinamica dei prezzi non somiglia in nessun modo a quella di allora. Il problema dei salari c’è invece eccome. Lo stipendio medio di un lavoratore dipendente è di circa l’otto per cento inferiore a quello del 2021. A voler andare indietro nel tempo, si può sostenere senza rischio di smentita che il livello reale è pressoché stagnante dall’inizio del secolo, soprattutto se confrontato con quello di lavoratori autonomi e pensionati.

Nella precedente newsletter (https://www.lastampa.it/rubriche/il-capitale/2026/04/23/news/le_locuste_di_giorgia-15595494/) abbiamo accennato al perché: sindacati confederali sempre meno rappresentativi e incalzati da sigle che nascono solo per firmare contratti al ribasso, tempi biblici per i rinnovi, un’economia fatta di troppe imprese piccole e a scarso valore aggiunto, una pressione fiscale sul lavoro dipendente ancora troppo alta. Non è questa la sede per approfondire il tema. Nel frattempo però il governo ha approvato un decreto – ribattezzato anch’esso con il nome di una ricorrenza – “Primo maggio” – che nelle intenzioni dovrebbe tentare di dare una prima risposta.

Chi legge regolarmente i giornali sa già di cosa si tratta: oggi come nel 1975 il governo ha introdotto un meccanismo di adeguamento automatico dei salari, benché infinitamente più piccolo. In estrema sintesi, se i datori di lavoro non firmano i rinnovi contrattuali entro le scadenze ordinarie, sono tenuti a concedere ai lavoratori incrementi retributivi pari al trenta per cento dell’aumento corrispondente dei prezzi. Peccato che – lo fa notare l’economista Tito Boeri – fra il 2021 e il 2025 i prezzi sono aumentati del 21,7 per cento, i salari di quasi la metà, dell’11,9. Dunque la previsione normativa è al di sotto dell’attuale rapporto fra stipendi e inflazione.

Una delle scelte che a detta di molti potrebbe cambiare il corso degli eventi – e ridurre la proliferazione dei cosiddetti contratti pirata – sarebbe quella di mettere finalmente mano ad una legge sulla rappresentanza dei sindacati che manca sin dal Dopoguerra. Un altro economista del lavoro, Marco Leonardi, spiega perché ciò non avviene: “Per la premier avrebbe dovuto significare scontentare la Cisl, che quella legge non la vuole, e i sindacati più piccoli e nuovi amici del governo, Confsal e Ugl, che siedono ai tavoli di Palazzo Chigi avvantaggiandosi dell’assenza di una legge che ne misuri il peso reale fra i lavoratori”. Per inciso, Giorgia Meloni è solo l’ultima di una lunga lista di premier che non impone una legge per la stessa identica ragione: non scontentare i sindacati, di destra e sinistra. Sia come sia, occorre riconoscere che il governo qualcosa ha fatto, purché – per parafrasare il presidente di Confindustria del 1975 – non si scopra poi che era troppo poco e troppo tardi.

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