Quella passione per la meteorologia e la montagna della Regina Margherita

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Lunedì scorso 26 aprile, nella Chiesa di San Carlo a Varallo Sesia, è stata inaugurata e sarà visitabile fino al 31 luglio la mostra “Sulle orme di Margherita”, nel centenario della morte della prima regina d’Italia (Torino, 1851 – Bordighera, 1926).

Ma cosa c’entra, si domanderà qualcuno, Margherita di Savoia con la meteorologia alpina? Seppure indirettamente c’entra eccome, poiché di lei è ben nota la passione per la montagna che nei periodi estivi di libertà dagli impegni istituzionali la portò a calcare rocce e nevi soprattutto valdostane, e ad ella è intitolata la capanna-rifugio più elevata d’Europa a 4554 metri sul Monte Rosa – di proprietà della sede centrale del Club Alpino Italiano e in gestione alla sezione di Varallo – che fin dagli inizi fu pensata anche e soprattutto come osservatorio scientifico e meteorologico.

Ma andiamo per ordine e vediamo la storia di questa straordinaria struttura d’alta quota. Era il 14 luglio 1889 quando l’Assemblea dei delegati del CAI approvò la proposta di Alessandro Sella di costruire un rifugio per “consentire ad alpinisti e scienziati maggior agio ai loro intenti in un ricovero elevatissimo”: la scelta cadde sulla Punta Gnifetti, Signalkuppe nella lingua walser delle genti del Monte Rosa, quarta vetta per altitudine del celebre gruppo montuoso condiviso tra Italia e Svizzera.

La capanna in legno di larice fu preparata a valle, dunque trasportata prima da muli e poi da portatori umani fin sulla vetta per il montaggio (la sommità della montagna fu preliminarmente spianata e abbassata di alcuni metri), rivestendola in rame a protezione dai fulmini (gabbia di Faraday). I lavori, che cominciarono nel 1890 ed ebbero un costo di poco più di 17.000 lire, si conclusero nell’estate 1893 anche grazie al mecenatismo della stessa Margherita, che il 18 agosto di quell’anno vi salì accompagnata da guide alpine, portatori, soldati e personale di servizio con un’ascensione rimasta nella storia alpinistica del Rosa; due settimane più tardi, il 4 settembre la capanna venne ufficialmente inaugurata, divenendo negli anni successivi – tra l’entusiasmo degli scienziati dell’epoca – un luogo privilegiato di ricerca sulla meteorologia e la fisiologia umana d’alta quota, di cui a quei tempi quasi nulla ancora si conosceva.

Il fisiologo Angelo Mosso, professore all’Università di Torino e fautore di una prima spedizione scientifica lassù nell’estate del 1894, nel suo volume “La fisiologia dell’uomo sulle Alpi” (1897) ci dà un’idea delle condizioni ambientali estreme che spesso vi regnavano, descrivendo una tempesta scatenatasi il 13-14 agosto: “La violenza del vento fu grandissima, quale non l’avevamo mai provata. Il custode Francioli, uscito dalla capanna, fu sbattuto a terra dal vento riportando una contusione al ginocchio. Cessata la burrasca trovammo che il vento aveva incrostato tutta la capanna e il ballatojo di uno spesso strato di brina. I cristalli erano lunghi da 12 ai 14 centimetri”.

Lavori successivi permisero la realizzazione di una torre di osservazione (1899) e di locali-laboratorio (1902). Era a quei tempi un osservatorio tra i più elevati al mondo. Proprio negli stessi anni l’astronomo francese Jules César Janssen aveva fatto realizzare una struttura analoga sulla sommità glaciale del Monte Bianco (oggi attestata a 4807 m), che tuttavia verrà via via compromessa dall’accumularsi di neve e ghiaccio e fu smontata nel 1909: così la “Margherita”, solidamente ancorata alla roccia, conquistò il primato globale di altezza.

Intanto nel 1904, con la nomina a direttore di Camillo Alessandri, l’attività scientifica (tra cui rilievi di temperatura, umidità relativa e pressione atmosferica, visibilità, direzione del vento) entrò a pieno regime, pur tra i grandi disagi posti dalle condizioni severe anche nei mesi estivi a cui era limitata la permanenza umana lassù (metà luglio-metà settembre).

Nel 1905, l’Alessandri e quattro portatori rimasero bloccati alla capanna dalla tormenta fino al 25 settembre, quando infine affrontarono la discesa dopo aver munito le scarpe “di enormi suole di legno, della lunghezza di forse mezzo metro, per non affondare completamente nella neve”.

Ma, dopo una temporanea decadenza a seguito della Prima Guerra Mondiale, il “periodo d’oro” giunse con la direzione dei “Regii osservatori geofisici del Monte Rosa” del naturalista e glaciologo gressonaro Umberto Mónterin, tra il 1926 e la sua prematura scomparsa nel 1940: egli non solo riprese e potenziò i rilievi in cima alla Gnifetti, ma stabilì altre stazioni meteorologiche sui versanti sia valdostano (Lago Gabiet, Gressoney-D’Ejola), sia valsesiano del massiccio (Riva Valdobbia), dove già dal 1907 era operativo anche l’istituto-osservatorio intitolato ad Angelo Mosso ai 2901 m del Col d’Olen (di recente ristrutturato dall’Università di Torino); completavano la rete alcuni pluviometri totalizzatori in altre località d’alta montagna.

Dopo la morte di Umberto, il figlio Willy riattivò le misure alla Margherita dal 1952 al 1958, prima di una nuova e più lunga interruzione. La “capanna”, nel frattempo completamente ricostruita come più moderno rifugio nel 1980, dal 2002 è tornata a ospitare strumenti meteorologici, stavolta automatici nella rete Arpa Piemonte, per la misura di temperatura, velocità e direzione del vento, pressione atmosferica e radiazione solare. Tuttora operativi, ridanno vita in chiave attuale al sogno dei visionari pionieri di oltre un secolo fa: è oggi la seconda

stazione meteorologica più elevata delle Alpi dopo quella collocata nel 2015 da Arpa Valle d’Aosta a 4750 m presso la vetta del Monte Bianco, anche se è ormai superata, nel mondo, da diverse altre installazioni tra cui quella a 8810 metri poco sotto la cima dell’Everest. Qualche dato: il termometro a minima lasciato durante l’inverno all’osservatorio nel 1929 segnò una punta di ben -41 °C, probabilmente registrata nel noto e gelido febbraio, mentre nel periodo più recente di misure Arpa il record di freddo spetta al 25 gennaio 2005 con -37,3 °C, e ogni anno i -30 °C vengono raggiunti e superati almeno una volta.

Occasionali, ma in aumento di frequenza con il riscaldamento globale, le giornate in cui si sale sopra 0 °C: nel 2023, durante un potente anticiclone subtropicale, la temperatura è rimasta oltre la soglia di fusione del ghiaccio per ben 113 ore tra il 4 e l’8 settembre, fatto mai documentato prima a quella quota sulle Alpi. Ma, oltre ai rilievi meteorologici, la Capanna Margherita continua a essere sede di ricerca in medicina d’alta montagna, ospitando un laboratorio convenzionato con l’Università di Torino.

Torniamo alla mostra in corso a Varallo. Realizzata con il sostegno del Consorzio Monterosa Valsesia, con il contributo della Regione Piemonte e curata dalla scrittrice e storica dell’arte Camilla Anselmi, fa parte del progetto “Sulle orme di Margherita”, a sua volta ideato dal Comitato Promotore omonimo composto da Patrizia Cimberio, Camilla Anselmi e Roberta Orsenigo, che presto comprenderà anche un libro e un docufilm scritto dalla stessa Orsenigo con la regia di Alessandro Beltrame.

Il percorso espositivo permette non solo di immergersi nella figura carismatica della prima regina d’Italia e nel suo stretto legame con la montagna e il Monte Rosa in particolare, tra fotografie e documenti storici e installazioni multimediali a cura di Marco Torri, ma anche di ammirare una serie di strumenti meteorologici che hanno funzionato alla Capanna Margherita tra fine Ottocento e metà Novecento, poi affidati alla custodia del CAI di Varallo e ora esposti per la prima volta al pubblico: tra questi figurano alcuni apparecchi donati all’osservatorio nel 1902 da Luigi Amedeo di Savoia, il Duca degli Abruzzi, rimasti dalla dotazione scientifica della sua spedizione del 1899-1900 in prossimità del Polo Nord a bordo della celebre goletta “Stella Polare”. Un viaggio nella storia tra società e scienza, con la “Regina delle Alpi” e il Monte Rosa al centro.

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