May Day

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Mio nonno è andato in pensione a 55 anni e ha lavorato per cinquantuno.

È stato uno dei milioni di italiani che nel secondo dopoguerra ha lasciato i campi della Sicilia, è salito al Nord ed è stato assunto alla Fiat. Ha iniziato nel reparto verniciatura, poi è stato trasferito in meccanica come operaio e infine operaio specializzato. Ha costruito per quasi trent’anni gli alberi a camme e gli alberi motore per le Fiat 1300, Fiat 1800 e Fiat 124. Provo a immaginarlo nella sua tuta blu, le scarpe con la punta rinforzata e gli occhiali larghi e quadrati, sei notti a settimana, lavorare a una macchina in cui di giorno lavoravano in quattro e appartarsi durante le pause a leggere un libro. “Prima entravo alle undici e finivo alle sei del mattino, poi i sindacati hanno protestato perché la pausa doveva essere a carico dell’azienda, quindi iniziavo alle dieci. Mi piaceva o non mi piaceva, mi dava il pane”, quelle biove che, racconta mia madre, alla fine del turno passava a comprare in panetteria e con cui le preparava ogni giorno un panino diverso da portare a scuola.

“Il mio primo giorno in Fiat è stato il 16 dicembre 1961. Ti davano l’acconto settimanale sullo stipendio e il 15 del mese il saldo. A Natale ti tenevano due settimane a casa e ti regalavano 40 mila lire. In sei giorni di lavoro in Fiat ho visto i soldi che quando lavoravo nella carrozzeria guadagnavo in tre mesi e che in Sicilia non ho visto mai tutti assieme”.

Anche la nonna ha sempre lavorato con le mani: ricamava, cuciva tende, è stata operaia metalmeccanica. Non posso però più ascoltare i suoi racconti, e rimpiango di non aver preso appunti.

“Ricorda: non importa se stai pulendo i pavimenti o facendo un’operazione a cuore aperto, ci devi mettere lo stesso impegno. Il lavoro è lavoro, non farti mai dire da nessuno che non hanno la stessa dignità”. Sono parole che porto dietro dall’infanzia e che mi hanno costruita, come i muri che tirava su nei cantieri il nonno dell’altro ramo della famiglia, quello di cui porto il cognome.

Forse è in seguito a queste storie che ho qualche difficoltà nel valutare il lavoro con la scrittura. Quanto andrebbe retribuito? Qual è il suo valore sociale e collettivo? Condivisibile o meno che sia, mi vergognerei a lamentarmi per la stanchezza dopo una giornata trascorsa a scrivere di fronte a qualcuna che, come mio nonno in passato, ha appena finito un turno in fabbrica. È un sentimento complesso, che fatico a spiegare a me stessa nonostante sappia che sono due fatiche diverse.

Ho letto spesso polemiche sui lavori inerenti alla scrittura, che però talvolta non tengono conto del sistema in cui viviamo. In base a quale criterio andrebbero pagati più o meno rispetto ad altre professioni? Il problema non risiede – o almeno, non solo – in questo ambito, ma nell’intero sistema di retribuzione della maggioranza da lavoratore dipendente, con stipendi che considerano i bisogni di ognuna. Perché, e ripeto, perché le piazze non ribaltano l’Italia per ottenere un diritto inalienabile come il salario minimo? Perché ci imprigioniamo in una visione individuale delle nostre esigenze quando, non smetterò mai di ribadirlo, avremmo il dovere di considerarci parte di una stessa comunità? Perché combattere solo per noi stesse, perché non includere anche l’Altra?

Non so come avvenga il salto tra la Fiat del nonno e queste domande a cui vorrei aver risposta. So però che è un privilegio poter fare un lavoro che si ama, che spesso il lavoro non ci ama altrettanto. Che dovrebbe renderci equamente e nelle condizioni di vivere in maniera dignitosa retribuendoci degnamente e garantendo un ambiente che ci tuteli, sano e sicuro, psicologicamente e mentalmente.

Sembrano banalità, eppure per tante persone sono sogni.

Come il 25 aprile, che sia May Day tutti i giorni.

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