«Dobbiamo essere chiari: il rischio di una diffusione su larga scala, come è successo per il Covid, è praticamente nullo. Parliamo di una malattia a trasmissione interumana rarissima, quasi eccezionale. Non siamo di fronte a un’emergenza globale, ma a una patologia legata a contesti molto specifici». Con queste parole Ivan Gentile, professore ordinario di Malattie Infettive presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, smorza i toni allarmistici legati alla notizia di un focolaio di Hantavirus su una nave da crociera nell’Atlantico.
Professore, se non è «un nuovo Covid», cos’è esattamente l’Hantavirus e come si contrae?
«Gli Hantavirus sono virus a Rna che hanno come serbatoio naturale i roditori. Negli animali l’infezione è spesso asintomatica, ma l’uomo può contagiarsi inalando polveri contaminate da urine, feci o saliva di esemplari infetti. Il rischio riguarda soprattutto ambienti rurali, magazzini, abitazioni isolate o locali chiusi da tempo dove i roditori possono aver lasciato tracce».
Tre persone sono morte. Si tratta quindi di un’infezione grave?
«Esistono due quadri principali: la febbre emorragica, che in Europa colpisce spesso i reni, e la sindrome polmonare, che può causare un’insufficienza respiratoria acuta. Di recente è tornata all’attenzione la morte della moglie dell’attore Gene Hackman, ricollegabile proprio a una sindrome polmonare contratta probabilmente in ambito domestico. Tuttavia, in Italia i casi restano rarissimi e legati a esposizioni occupazionali o viaggi in aree a rischio».
Eppure l’ambiente di una nave da crociera sembra l’ideale per un focolaio. Perché non dobbiamo temere un contagio tra passeggeri?
«Le navi sono ambienti complessi per densità di persone, ma l’Hantavirus non si trasmette facilmente da persona a persona. È molto più plausibile che un eventuale contagio avvenga prima dell’imbarco o per esposizione diretta ad ambienti contaminati della nave, come le stive o le zone di stoccaggio merci. Il rischio per il passeggero comune resta minimo».
Come si difendono i nostri porti da un possibile ingresso del virus attraverso i viaggiatori?
«Poiché l’incubazione può essere lunga, un “ingresso silenzioso” tramite i viaggiatori è possibile. Tuttavia, la vera prevenzione si fa con il controllo sanitario nei porti: monitoraggio delle merci, derattizzazione e gestione dei rifiuti. Gli uffici di sanità marittima nei principali scali italiani svolgono già questo lavoro di sorveglianza sulle navi e sulle aree di stoccaggio».
I medici italiani sono pronti a riconoscere questa malattia così rara?
«La diagnosi è complessa perché i sintomi iniziali – febbre, dolori muscolari, malessere generale – sono identici a quelli di una normale influenza. È qui che l’anamnesi diventa fondamentale: se il paziente ha viaggiato o è stato in ambienti a rischio, il medico deve sospettare e riferirlo a centri di riferimento. Alla Federico II abbiamo attivato un ambulatorio di medicina del viaggiatore proprio per gestire queste casistiche e offrire test specifici».
Non avendo vaccini o antivirali specifici, qual è la strategia migliore?
«Non abbiamo molte armi farmacologiche contro questa famiglia di virus, perciò la sorveglianza internazionale è l’unica vera difesa. Non dobbiamo mai abbassare la guardia, neanche nei momenti di “pace” apparente. Tenere le antenne alzate sulla sorveglianza virologica non azzera il rischio, ma lo rende accettabile».
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