Così il potere divora se stesso

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Caro direttore, in mezzo a tante notizie grame, la buona notizia è che il potere di questi tempi non paga e non rende più di tanto. Arrivato a celebrare i suoi ultimi misfatti, alla luce della storia esso somiglia più a una bolla di sapone che a una goccia di veleno. Nel senso che non riesce quasi mai a portare a compimento le sue imprese, e finisce per rifugiarsi nei proclami più incendiari non potendo svolgere fino in fondo i suoi progetti più nefasti.

Certo, non si può sottovalutare la portata delle sue minacce e purtroppo di così tanti gesti segnati dalla sua efferatezza. Però poi c’è quasi sempre un punto in cui il suo cammino si interrompe. E la violenza del giorno prima rivela la sua incompiutezza. O almeno, la sua difficoltà a procedere fino alle conseguenze più estreme. Cosa che non ci può far stare tranquilli, né inermi, è ovvio. Ma che regala notti di ansia anche ai suoi araldi più spavaldi.

C’è una sorta di nemesi che costringe il potere a trincerarsi prima di poter sferrare l’assalto decisivo, quello che dovrebbe certificare il compimento delle sue missioni più nefaste. Putin ha fatto violenze inenarrabili, che nessun Dio gli perdonerà mai. Ma alla fine si trova prudentemente costretto a celebrare la parata della vittoria russa nella seconda guerra mondiale in una piazza dimessa, disertata dai potenti della terra e dal suo stesso popolo costretto all’obbedienza. Tanta è la paura degli attentati, delle proteste, di qualunque sorpresa possa turbare il suo ordine pur ferreo e impietoso.

Trump a sua volta spara sui social le sue bolle colorate, ogni giorno trovandosi a profferire minacce e a rivolgere sguardi truci in direzione di chiunque: dal pontefice fino all’ultimo dei suoi critici e nemici, veri o immaginari. Ma a furia di andare e venire, di dire e disdire, di minacciare e rintanarsi, di offendere e fare l’offeso, al mercato delle parole le sue frasi valgono sempre meno, ogni giorno che passa. Da Maga a Taco il suo arretramento è vistoso e induce ormai più allo sberleffo che al terrore.

Nel nostro piccolo abbiamo visto all’opera un governo e una maggioranza che dopo il referendum sembrano aver perso il loro tratto più spavaldo. Si, certo, si vorrebbe cambiare la legge elettorale. E magari, chissà, l’impresa potrebbe anche riuscire. Ma una volta impressa una torsione più maggioritaria, una sorta di premierato mascherato, appare più facile che sia il centrosinistra e non la maggioranza attuale, a trarne il maggior vantaggio. Nel frattempo, alla Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco si è intestato non proprio il “martirio” che il ministro Giuli non gli voleva regalare, ma almeno l’aureola del disubbidiente. Che a destra non è una novità da poco.

Quasi ovunque il potere si mostra minaccioso. E certe derive autoritarie, in altre parti del mondo assai sanguinarie, non smettono di seminare dolore e panico. Quel panico che poi però, per vie misteriose, finisce per tornare indietro e minacciare i suoi autori ricordando loro che la nemesi non è certo solo un’invenzione degli antichi greci ma anche una chiave per capire il presente e perfino predire il futuro di noi contemporanei.

Sono piccoli frammenti di un discorso che avrebbe bisogno di comparazioni più scientifiche e approfondimenti meno abborracciati. Resta il fatto che, come osservava Elias Canetti, “il potere porta in sé la propria fine”. Poiché “il potente e i suoi successori si trovano in una singolare ostilità reciproca, la quale aumenta proprio con l’accrescersi della peculiare passione del potere: la passione di sopravvivere”.

Per fortuna quella passione finisce poi quasi sempre per inciampare su se stessa. Ed è probabile che su certe vanità e certi equivoci papa Leone XIV abbia intrattenuto il messo di Trump che lo è andato a trovare ieri.

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