Su una cosa, di certo, la guerra in corso tra Stati Uniti e Iran è stata una svolta. Ed è l’atteggiamento degli intellettuali della corrente neoconservatrice. Opinionisti come Rober Kagan e Max Boot, solo per citarne due, che avevano convinto sia i repubblicani che gran parte dei democratici della necessità di intervenire, anche con le armi, nelle aree critiche del mondo. Per difendere i valori occidentali e tutelare gli interessi degli Stati Uniti. Tre giorni fa Kagan ha sorpreso tutti con una lunga riflessione su The Atlantic. Ha parlato di «disfatta totale» a Hormuz, ha spiegato che il Pentagono non ha i mezzi militari per aprirlo. Detto da Kagan, figlio di uno degli storici statunitensi più influenti e marito di Victoria Nuland, suona come una sentenza. Di tono simile è stata l’intervista di Boot sul Washington Post con John Culver, analista della Cia, massimo esperto di affari cinesi. Il succo è che la Cina «ha superato» gli Stati Uniti «in quasi tutti i campi militari».
Boot aveva creato la cornice ideologica per le «guerre infinite» di Bush in un articolo del 2001 su The Weekly Standard, dove si faceva avvocato di un nuovo «impero americano» in funzione antiterrorismo. E qui sta anche il perché del cambiamento di oggi. Le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, la militarizzazione delle primavere arabe in Libia e in Siria e poi la battaglia contro quell’Isis che avevano contribuito a far nascere, sono di natura diversa rispetto allo scontro con la Repubblica islamica. Possono essere accostate alle campagne dei britannici contro l’esercito del Mahdi in Sudan, o dei francesi contro l’emiro Abdelkader in Algeria nell’Ottocento. Conflitti contro avversari molto più deboli, con abissali differenze tecnologiche. Nei confronti dell’Iran resta di certo una superiorità. Ma non c’è più l’abisso. L’apparto militar-industriale dei Pasdaran è in grado di sfornare missili, droni, città sotterranee che in 37 giorni di raid sono stati appena scalfiti. A ciò si aggiunge il sostegno, anch’esso sotterraneo ma massiccio, di Pechino e Mosca. Per eserciti abituati a campagne coloniali, come insegna Napoleone III, lo scontro con un avversario di pari livello tecnologico è devastante. L’Iran non è ancora la Prussia, ma con l’aiuto cinese ci si avvicina.
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