Sindrome greca

0
5

Questa è la nuova puntata della newsletter “Il Capitale”: per iscriverti gratuitamente, clicca qui.

Una volta – erano gli anni novanta del secolo scorso – la stampa inglese coniò un acronimo dispregiativo per identificare i Paesi europei con conti malmessi e scarsa crescita. Li chiamavano Pigs, o anche Piigs, ovvero Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna. Tutti Paesi che – ad eccezione dell’Italia – dopo la crisi del 2008 furono costretti a chiedere assistenza finanziaria al Fondo monetario internazionale. L’Italia sfiorò quel destino nel 2011, e lo evitò solo con tredici mesi di austerità imposta dal governo Monti. Quindici anni dopo quell’acronimo è consegnato alla storia.

I Paesi che allora sfiorarono il disastro sono passati da cure pesanti di risanamento, e oggi crescono a ben altri ritmi, unico vero antidoto al debito pubblico. Il primo a uscire dal tunnel in appena cinque anni fu l’Irlanda. Dopo essere stato costretto a chiedere aiuti internazionali per quasi settanta miliardi di dollari, il governo di Dublino nel 2015 registrò tassi di crescita dell’economia del sette per cento. A far ripartire la piccola isola fu un mix di tagli alla spesa e un’aggressiva politica fiscale – la tassa sulle imprese è tuttora al 12,5 per cento – che l’ha resa l’hub europeo di quasi tutte le multinazionali americane, faccenda non piacevole per i partner di un’area – quella della moneta unica – in cui la concorrenza fiscale avvantaggia i Paesi piccoli a scapito dei grandi, ma questa è un’altra storia.

Il Portogallo, altro Paese piccolo rispetto al nostro, ha ottenuto ottimi risultati senza abbassare le tasse ai livelli irlandesi. Governi di sinistra hanno riformato giustizia, concorrenza, burocrazia, mercato del lavoro, e senza fare troppe concessioni all’austerità. E così a maggio 2017 il Portogallo è uscito anche dalla procedura di infrazione europea e oggi cresce ad un ritmo triplo a quello italiano. Numeri simili a quelli della Spagna, il cui sistema bancario nel 2012 rischiò il collasso a causa dello sboom del settore edilizio. Oggi la Spagna, nonostante un governo dalla maggioranza malmessa e attraversato da scandali, grazie anche ad una politica di attrazione dei talenti, è una delle mete preferite dai (troppi) giovani italiani in cerca di fortuna all’estero.

L’ultimo caso, il più clamoroso, è quello della Grecia. Appena sei anni fa – erano i giorni della pandemia – il suo debito pubblico superava il tetto del 200 per cento in rapporto alla ricchezza prodotta. Quest’anno – lo dicono i numeri delle agenzie statali e del Fondo monetario – sarà di settanta punti più basso, inferiore a quello italiano: secondo le stime di Washington, passerà dal 145,7 per cento dell’anno scorso al 136,9, quello italiano salirà dal 137,1 al 138,4. Anche la Grecia, come gli altri ex Paesi del club sopracitato, oggi cresce del due per cento l’anno. Non ha risolto molti dei suoi problemi, il prezzo sociale pagato per uscire dalla crisi è stato altissimo, la sua economia dipende ancora troppo dal turismo, ma persino la piccola penisola ellenica sta diventando punto di approdo di investimenti internazionali. Una parabola che ha dell’incredibile, se si pensa che poco più di dieci anni fa l’allora premier Alexis Tspiras – dopo aver chiesto un referendum per uscirne – vide il burrone e ottenne dal suo Parlamento di far restare la Grecia nella zona dell’euro.

Poi ci siamo noi. Dall’orribile 2011 è cambiato molto, e sarebbe ingeneroso dire che l’Italia non abbia fatto passi avanti. Se nel novembre di quell’anno il differenziale fra i nostri Btp e il Bund sfiorò i 600 punti, oggi siamo tornati ad essere un emittente credibile. Vero è che i rendimenti dei titoli pubblici sono alti ovunque, resta il fatto che negli ultimi mesi le agenzie di rating internazionali hanno migliorato i loro giudizi sull’Italia. Ciò detto, il confronto con i passi avanti fatti dagli altri membri del club è impietoso. Dal 2011 a oggi, e se si fa eccezione per il rimbalzo post-pandemico del 2021-2022, l’Italia non ha mai visto tassi di crescita dell’economia vicini al due per cento. Vero è che nessuno dei Paesi citati è grande come l’Italia, vero è che rimettere in sesto i conti dell’Irlanda non è difficile come in Italia, vero è che l’economia mondiale sta attraversando una fase di grande incertezza, resta il fatto che nonostante un piano di investimenti europeo da duecento miliardi in cinque anni, quest’anno cresceremo di appena lo 0,5 per cento, meno di un quarto della Spagna. L’eredità del Pnrr è troppo grande per poter dire che quest’anno cresceremo quanto la Germania, o poco meno dell’inguaiatissima Francia.

Ieri Giorgia Meloni, in Parlamento per una discussione che è sembrata a tutti l’antipasto della campagna elettorale, ha detto che l’Italia paga “un quadro economico internazionale complesso”. Ha detto che il debito italiano cresce a causa delle conseguenze dello scellerato bonus edilizio varato dopo la pandemia – 174 miliardi, euro più, euro meno – ha rivendicato gli ottimi dati sulla crescita dell’occupazione e alcune scelte come l’allargamento della zona economica speciale di vantaggio fiscale e i rinnovi garantiti ai dipendenti pubblici. Restano alcuni, enormi problemi: i salari reali sono dell’8 per cento inferiori a quelli del 2021 e restano fra i più bassi dell’Unione, la pressione fiscale è ben oltre il 42 per cento, e di riforme strutturali – fatte salve quelle che ci ha riconosciuto l’Europa a fronte dei generosi sussidi per il Pnrr – in questi quattro anni se ne sono viste poche, in particolare in materia di burocrazia, lavoro e concorrenza.

Con lo scontro di ieri in aula fra maggioranza e opposizione siamo entrati nell’ultimo scorcio di legislatura. I resoconti di palazzo dicono che la premier punti a superare (a settembre) il record di durata del secondo governo Berlusconi, 1.412 giorni. E’ probabile le riesca, resta il dubbio – perché questo è quello che racconta la storia repubblicana – se nell’ultimo anno si preoccuperà di più di dare all’Italia le riforme difficili di cui avrebbe bisogno o viceversa tirerà a campare nella speranza di rivincere le elezioni nel 2027. Ne sanno qualcosa il ministro della Sanità Orazio Schillaci, la cui necessaria riforma dei medici di famiglia sta incontrando resistenze anche dentro la sua maggioranza, o quello della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, che non riesce a far passare la riforma del reclutamento dei dirigenti pubblici. Resta poi l’irrisolta questione della dipendenza dell’Italia dal gas, per la quale la premier promette – solo ora – di arrivare in fondo alla legge per il nucleare pulito. Chiunque succederà a Giorgia Meloni, lei stessa, Elly Schlein o chi per lei dell’opposizione, dovrà di nuovo fare i conti con un Paese che cresce sempre poco ed ora è anche in cima alla classifica dei Paesi più indebitati dell’area euro. Al netto delle reciproche propagande, la responsabilità di questa realtà va condivisa.

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it