Matteo Lancini: “Lo psicologo a scuola è inutile se non ci sono i genitori”

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«Figlio mio, soffri? Non preoccuparti. Ti porto dallo psicologo». Se la corsa collettiva alla psicoanalisi come rimedio a ogni inciampo della vita fosse in realtà una scorciatoia per genitori, insegnanti e la superstite comunità educante? Ne parliamo con Matteo Lancini, psicologo e presidente della Fondazione Minotauro di Milano con alle spalle qualche decennio di pratica con famiglie e giovani adulti.

Siamo genitori così consapevoli da delegare ciò che non siamo in grado di affrontare o siamo cosi abituati a delegare che l’unica risposta che abbiamo in tasca per i nostri figli è di parlarne, ma non con noi?
«Capisco la domanda, ma andrebbe girata a chi ritiene valido il vecchio modello in cui si può prendere in carico un adolescente senza occuparsi del suo contesto di crescita. I genitori, soprattutto di un minorenne, sono i principali co-terapeuti. La vedo all’opposto: affrontare un percorso di psicoterapia a fianco di un figlio è una scelta coraggiosa e difficile».

Nelle scuole si moltiplicano gli sportelli psicologici d’ascolto. Aperti solo agli studenti però.
«Questo è un bel problema. Anche se il ministero ne è molto orgoglioso, prevedere cinque colloqui aperti ai ragazzi non è utile. Se parliamo di bambini è assurdo anche solo pensare di lavorare senza i genitori. Sull’adolescenza in psicoanalisi c’è stato un ampio dibattito, ma negli ultimi decenni ci si è assestati sull’idea che per lavorare su promozione del cambiamento e sostegno alla crescita servono i genitori. In molti casi che seguiamo sarebbe una buona cosa anche per i giovani adulti, che spesso vivono ancora a casa con loro».

Come è nata la figura del “compagno adulto”?
«Negli ultimi anni sempre più colleghi pensano che il lavoro solo “nella stanza delle parole” non funziona. Bisogna quindi promuovere un lavoro di contesto, dove non è previsto solo l’incontro con i genitori e dove si riesce l’insegnante, ma anche un programma di attività collaterali. Per esempio dei laboratori espressivi. Il compagno adulto è una figura che cambia il setting terapeutico, ma non la sua funzione che resta legata a un percorso clinico psico- analitico, da non confondere con progetti educativi».

Spesso ai genitori si rimprovera di aver distrutto l’autorità degli insegnanti, a cui sarebbe meglio “dare sempre ragione”. Regge ancora quest’argomento?
«No, è una dissociazione dalla realtà. Nessuno di noi vive come un essere sacrificale. Mia nonna era una maestrina del Bresciano, l’unica del paese che aveva studiato e sapeva l’italiano. Quando lei entrava in classe, entrava l’autorità. All’università io non potevo bere l’acqua in classe. Se provassi oggi a dirlo ora ai miei studenti, mi caccerebbero dalla cattedra. A ragione. Secondo tutte le ricerche serie è la scuola il luogo che crea più di malessere ai giovani. Milioni di genitori italiani, invece di scendere in piazza ogni giorno per cambiarla, vogliono la stessa scuola che hanno frequentato loro».

Il rispetto dell’autorità non è più valore assoluto?
«No e a nostri figli l’abbiamo insegnato noi. In classe il rispetto si conquista solo nella relazione, non basta il ruolo. Quando entra l’insegnante in aula tu puoi anche far cantare l’alzabandiera agli studenti, metterli in ginocchio sui ceci. Ma finito questo rituale plastificato il rispetto dell’adulto non c’è. Alcuni insegnati ancora si difendono con il ruolo, moltissimi altri invece sanno che cosa vuol dire essere un adulto significativo a scuola».

Chi è un adulto significativo?
«È un adulto capace di ridurre la tendenza individualista indotta da una società molto complessa di prendere provvedimenti a vantaggio di se stessi, ma raccontandosi che lo si fa per i figli o per gli studenti. Secondo punto, bisogna cercare di capire chi hai di fronte. Nasciamo tutti diversi, non si possono applicare formule standardizzate. Se si incontra uno psicologo che dice che in classe vanno trattati tutti allo stesso modo, va licenziato in tronco. Qualsiasi provvedimento che toglie qualcosa a figli e studenti è spacciato per autorevolezza, invece è solo fragilità».

Per esempio, il divieto del cellulare in classe?
«A questo governo ho proposto di vietare i social, ma non ai ragazzi: dagli zero agli ottant’anni. Va bene vietare il cellulare in classe, ma togliamolo anche a genitori e insegnanti che pornografizzano le emozioni. Ho chiesto anche di chiudere i gruppi WhatsApp dei genitori, dove si alimentano bullismo e cyber bullismo. La scuola italiana fino all’una vieta il cellulare, poi dall’una comunica con il cellulare. L’ho visto io, con una nota arrivata alle dieci passate di sera. Questa è la società dissociata».

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