Minori, in Italia 140 mila vivono nelle periferie difficili tra povertà, poca istruzione e violenza

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I bambini nati in un quartiere più svantaggiati sono più esposti al rischio di povertà da adulti e hanno meno possibilità di emergere. Questo è il quadro che traccia Save the Children nella ricerca annuale “I luoghi che contano”, pubblicata oggi (19 maggio). Una lunga indagine, che, attraverso i numeri, racconta le realtà sociali delle città italiane e soprattutto come queste impattino sullo vita e il futuro dei minorenni.

Quando il disagio è sociale ed economico

Nei comuni capoluogo delle 14 città metropolitane italiane un minore su dieci (il 10,3%, pari a circa 142 mila ragazzi) vive in un’area di disagio socioeconomico urbano (Adu). In queste zone vengono registrate più criticità che possono compromettere la qualità della vita dei ragazzi . Secondo l’Istat sono 158 in tutto il Paese e si confermano delle vere “periferie dei bambini”, precisa l’associazione. Infatti qui c’è una maggiore concentrazione di minori rispetto alla media dei comuni delle città metropolitane (16,7% contro 14,8%).

Ma non è tutto rose e fiori. Nelle Adu il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa. Il 15,4% di studentesse e studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado ha abbandonato la scuola o è stato bocciato almeno una volta. Il doppio rispetto alla media del 7,6% dei comuni delle città metropolitane.

La scuola nelle aree fragili

Ma non è tutto. Infatti in queste aree il 20,8% di chi frequenta l’ultimo anno delle medie è a rischio “dispersione implicita” (10 punti percentuali in più della media dell’11%): più di un 15-29enne su 3 (35,6%) non studia e non lavora. Un numero più elevato rispetto al 22,9% della media dei comuni (+12,7 punti percentuali). A Torino la cifra registrata è del 20,9%, più del doppio rispetto alle altre zone (9,1%).

Inoltre secondo un’indagine più approfondita sul tema di “Save the Children” al 16,7% di studentesse e studenti dell’ultimo anno delle scuole medie all’interno o in prossimità delle aree vulnerabili nelle grandi città è capitato di non disporre del materiale scolastico necessario a inizio anno (rispetto al 10,5% degli alunni delle scuole delle altre aree) e al 17,3% di non partecipare a una gita scolastica per motivi economici (contro il 7,6%).

Inoltre, solo il 36,5% pensa che si iscriverà al liceo, 30 punti percentuali in meno rispetto al 66,9% degli altri quartieri

A casa la situazione cambia poco. Meno della metà degli studenti (46,4%) ha una stanza “tutta per sé” (contro il 60% degli altri) e non tutti dispongono di spazi all’aria aperta (solo il 76%).

Ed è più basso anche il livello di istruzione dei genitori: appena il 19,1% delle madri e il 16,4% dei padri degli alunni delle aree vulnerabili è laureato, a fronte del 44,5% e del 36% negli altri contesti cittadini.

Infine solo una madre su due ha un lavoro (49,9%), mentre nel resto della città la percentuale sale al 69,7%.

Emarginati da chi rimane fuori

All’interno del report si analizza in maniera più mirata anche l’aspetto sociale. Quasi la metà degli studenti delle periferie vulnerabili (49,1%) ritiene che il proprio quartiere sia giudicato negativamente dagli altri, contro il 29,5% dei ragazzi delle altre aree.

Ma chi vive ai margini sperimenta anche una maggiore percezione di pericolo: solo una ragazza su due (51,9%) si sente al sicuro, contro il 75% delle studentesse delle altre aree.

Dall’altra parte però i ragazzi che frequentano scuole in zone fragili dichiarano di sentirsi felici (78,4%) e liberi (75,3%) e mostrano un senso di appartenenza forte nei confronti del proprio quartiere. Cifre comunque più basse rispetto ai quartieri “meno complicati” (85,1% e 87,5%).

Ma in molti hanno anche le idee chiare su cosa dovrebbe essere migliorato: servizi di pulizia e raccolta rifiuti migliori (54,2%), più spazi di aggregazione per ragazze e ragazzi (32,6%), campetti e/o palestre (26%) e parchi più curati (27,9%).

“Centoquarantaduemila bambine, bambini e adolescenti in Italia vivono nelle periferie fragili delle grandi città. Per questo abbiamo voluto dedicare Impossibile, la Biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, al tema delle periferie – commenta Daniela Fatarella, Direttrice generale di “Save the Children” – È proprio da questi luoghi che occorre partire per ridefinire le priorità politiche, perché un Paese in cui il destino di una bambina o di un bambino dipende dal quartiere in cui nasce è un Paese che non investe sul proprio futuro”.

Le speranze per il domani

I giovani però non si arrendono al presente: oltre il 90% pensa che nella vita riuscirà a fare ciò per cui si sente portato. Emergono invece differenze nelle prospettive di vita legate al territorio. Solo uno su 4 (26,9%) tra chi frequenta scuola nelle Adu pensa di restare nel suo quartiere da grande, rispetto al 36% dei coetanei degli altri quartieri.

Molti dichiarano di volersi spostare in un altro quartiere nella stessa città (36,1% contro 30%) o trasferirsi altrove in Italia (40,4% contro 30,8%). In generale, più della metà dei ragazzi (53,5%) esprime il desiderio di vivere all’estero.

Più aree svantaggiate nelle grandi città

Le zone svantaggiate non sono omogeneamente distribuite. Il 73,5% delle aree Adu sono a Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo.

Le disuguaglianze più marcate si registrano al Sud e nelle Isole. A Palermo la povertà riguarda il 63,8% delle famiglie nelle Adu contro una media cittadina del 36,8%; a Napoli il 60,1% contro il 39,6%; a Cagliari il 42,2% contro il 22,1%.

Anche nel Centro-Nord emergono forti divari: a Torino il 37,6% nelle aree di disagio contro il 19% della città nel suo complesso (+18,6 punti percentuali), a Milano il 35,3% contro il 18,4% (+16,9 punti percentuali).

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