Auto, tornano gli incentivi: l’annuncio di Urso

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Stanno per tornare gli incentivi all’auto. Lo ha detto il ministro Urso a Trento, con la calma di chi sa che l’annuncio, da solo, vale già qualcosa. Il decreto da 1,6 miliardi, concordato a gennaio al tavolo automotive, presentato a febbraio e ora in attesa dell’ultimo passaggio al Ministero dell’Economia, dovrebbe diventare realtà nelle prossime ore.

Si parla di nuove tecnologie, di ricerca, di misure che questa volta, si giura, non saranno un semplice tampone.

La speranza, ripetuta come un mantra, è che non sia l’ennesima iniezione temporanea, l’ennesima droga capace di far salire le vendite per un trimestre e poi lasciarle ricadere. Che sia, finalmente, qualcosa di più solido.

Il reale problema per il mercato dell’auto

Proprio mentre si prepara questa nuova dose, però, torna a galla un dettaglio che la retorica degli annunci tende a rimuovere. I concessionari, quelli che negli ultimi incentivi hanno anticipato i contributi MASE, si trovano ancora esposti finanziariamente in modo significativo. I rimborsi non sono arrivati, o sono arrivati con la lentezza di sempre. UNRAE, l’associazione dei costruttori, in queste settimane, sta intensificando le interlocuzioni con le strutture ministeriali per cercare soluzioni operative, certezze, accelerazioni.


La lacuna più grave del Governo

Nel frattempo, si scopre che non si dispone nemmeno di dati precisi sui veicoli effettivamente immatricolati grazie agli incentivi precedenti: quante autovetture, quanti veicoli commerciali leggeri, quale sia stato l’effetto reale sul mercato. Si procede per dichiarazioni, per stime, per auspici. I soldi anticipati dai concessionari restano lì, in sospeso, mentre si prepara il prossimo round.

È il paradosso italiano dell’intervento pubblico: si annuncia il nuovo mentre il vecchio non è ancora stato saldato. Si parla di strutturale e si lascia che chi ha fatto da cassa, sul territorio, continui ad aspettare. I concessionari non sono un dettaglio contabile. Sono quelli che, di fatto, hanno reso possibile l’ultima tornata di incentivi, anticipando risorse che lo Stato, a distanza di mesi, non ha ancora restituito per intero. E mentre si intensificano le interlocuzioni — parola nobile che di solito significa riunioni, email, attese — il mercato continua a girare senza sapere esattamente cosa abbia prodotto l’ultima misura. Quanti veicoli sono stati davvero immatricolati grazie agli incentivi? Quanti sarebbero stati venduti comunque?

La strategia

La distinzione tra autovetture e commerciali leggeri non è un vezzo statistico: è il minimo per capire se una politica ha funzionato o ha solo spostato domanda da un segmento all’altro. Urso ha ricordato che bisognerà “dare conto con Stellantis dell’attuazione del Piano Italia concordato nel dicembre 2024, di cui i risultati sono evidenti”. Evidenti, si presume, per chi li ha firmati. Per chi deve gestire le esposizioni finanziarie e le immatricolazioni reali, forse un po’ meno.

Una storia già vista

Intanto il meccanismo si ripete: si prepara un nuovo decreto, si convoca un nuovo tavolo, si promette che questa volta sarà diverso. E intanto chi ha anticipato i soldi della volta precedente continua ad aspettare che qualcuno, da qualche parte, chiuda la pratica.

L’auto italiana, o quel che ne resta, sembra condannata a questo ritmo: annunci altisonanti seguiti da silenzi amministrativi, grandi cifre sbandierate e rimborsi che procedono a passo d’uomo. La speranza che la prossima misura sia strutturale è legittima. Ma la realtà che si vede dal basso — concessionari esposti, dati incerti, interlocuzioni che si intensificano senza che si veda ancora l’effetto — racconta un’altra storia. Una storia più vecchia, più italiana, e più difficile da correggere con un solo decreto. Vedremo. Come sempre.

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