Christopher Olah: “L’Ai deve avere una morale, la religione può insegnarcela”

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CITTA’ DEL VATICANO. Seduto alla sinistra di Leone XIV, nel suo discorso la voce lo ha tradito solo un attimo. «Stare lì è stato molto emozionante». Christopher Olah, 34 anni, cofondatore di Anthropic insieme a Dario Amodei, è il manager canadese della Silicon Valley diventato il simbolo del dialogo aperto tra i colossi dell’Intelligenza artificiale e la Chiesa. Olah non è solo un manager di un’azienda che vale 380 miliardi. È tra i pochi al mondo che sa davvero cosa succede dentro le macchine che fanno l’Intelligenza artificiale. La sua presenza in Vaticano durante la presentazione di un’Enciclica apre una nuova era del rapporto tra il mondo del tech e la Santa Sede.

Nessuno qualche anno fa avrebbe pensato a un dialogo aperto tra i colossi tecnologici e il Vaticano. Cosa sta succedendo?
«L’era aperta dall’Ai è così importante e pone domande così grandi e decisive che necessita uno sforzo collettivo. Oggi è cominciato un percorso che va in questa direzione. E di occasioni del genere ne vedremo sempre di più, man mano che il mondo si renderà conto della portata di questo momento».

Perché i colossi tecnologi si rivolgono alla Chiesa?
«Penso che le domande sollevate dall’Ai siano più grandi di ciascuno di noi. Riguardano tutta l’umanità, e quindi dovremmo cercare di parlare con tutta l’umanità. Questo include le religioni, ma anche le prospettive laiche, i filosofi. Ho parlato con una gamma vastissima di persone su queste questioni. Sono troppo importanti per non farlo».

Tre mesi fa Anthropic ha avuto uno scontro con il Pentagono sull’uso dell’Ai in guerra. Oggi è qui, al fianco del Papa. C’è un legame?
«No, non penso che ci sia un legame. La Chiesa Cattolica si è dimostrata molto interessata e molto avanti su questi temi. È un’istituzione profondamente impegnata su queste questioni. Da qui è nato il nostro dialogo».

Anthropic si vuole posizionare come azienda etica sull’uso dell’Ai. Quanto siete liberi di farlo, anche in relazione alle risposte che dovete ai vostri investitori?
«Siamo ovviamente soggetti a molte istanze, e allo stesso tempo cerchiamo di fare la cosa giusta. Come chiunque cerchi di fare la cosa giusta in condizioni difficili, faremo del nostro meglio. Ma è fondamentale che ci sia un insieme più ampio di attori, istituzioni, società civile, che ci osservino, ci tengano responsabili e cerchino di spingere le cose nella giusta direzione».

L’enciclica dice che l’Ai avanza più velocemente della nostra capacità di riflessione morale. Lei conosce questi sistemi da dentro, è davvero così?
«Penso che l’Ai stia avanzando in modo incredibilmente rapido, e che questo rappresenti una vera sfida perché le cose potrebbero andare male».

L’Ai militare ha già causato morti civili colpendo bersagli sbagliati, come è accaduto in Iran. Pensa che un’Ai possa in futuro decidere autonomamente chi uccidere?
«Posso solo dire di essere molto preoccupato per la sicurezza di questi sistemi. Ma devo essere cauto, non posso parlare di questioni legate a contenziosi legali in corso».

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Il lavoro e la dignità umana sono le preoccupazioni centrali di Leone nell’enciclica. L’Ai è davvero una minaccia per milioni di lavoratori?
«È una questione morale con cui dobbiamo confrontarci. C’è un imperativo morale nel trovare il modo di sostenere queste persone. Ma c’è una sfida ancora più grande che spesso ignoriamo: pensiamo a questo problema solo nel contesto di un singolo Paese, mentre dovremo risolverlo a livello internazionale».

Lei è uno dei pochi al mondo a capire davvero l’Ai. Come valuta questo interesse della Chiesa?
«Penso che stiano cercando di impegnarsi e ascoltare in modo davvero ponderato. E hanno molto da contribuire al discernimento e alla riflessione sull’Ai».

Pensa che un’Enciclica possa davvero contribuire a cambiare il rapporto dell’umanità con l’Ai?
«Penso che le voci morali ponderate abbiano molto potere. Il pensiero espresso con chiarezza è estremamente potente, e più la società si impegna su questi temi, più sarà una forza capace di spingerci in una direzione positiva».

Studiare come funziona l’Ai dall’interno ha cambiato il modo in cui pensa all’essere umano?
«È una domanda affascinante. Una delle cose più interessanti che abbiamo scoperto è come le rappresentazioni di concetti simili alla virtù e alle emozioni interagiscano nei processi decisionali di questi modelli. E questo mi ha reso molto più interessato all’etica della virtù, a quella prospettiva più focalizzata sull’interiorità, rispetto alle teorie più intellettuali come l’etica deontologica».

Lei non si è mai detto credente. Qualcosa è cambiato?
«Non sono membro di alcuna fede. Ma penso che la religione sia una forza bella e che muove verso il bene. E chiunque può imparare qualcosa da qualsiasi tradizione religiosa»

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