La grande paura dei Baltici tra droni e guerra ibrida. Così Mosca intimidisce l’Ue

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Anche quando non esplode, un drone può fare danni. Può chiudere aeroporti, fermare i treni, mandare le persone nei rifugi e convincere parte dell’opinione pubblica che sostenere l’Ucraina significhi portare la guerra dentro casa.

È quello che è successo nei Paesi baltici. Piccoli e geograficamente esposti, Lituania, Lettonia ed Estonia sanno che la deterrenza è l’unica difesa che hanno. A Tallinn lo dicono con una battuta: se Mosca decidesse di invadere, la Nato reagirebbe in poche ore, ma i carri armati russi avrebbero già attraversato il Paese fino al mare. I Baltici vivono da anni sulla prima linea della guerra ibrida russa, ma dal 23 marzo la presenza di droni nei loro cieli è diventata uno schema.

L’opportunità

Dal 19 maggio, quando un F-16 Nato ha abbattuto un drone ucraino – o sospetto ucraino – entrato nello spazio aereo estone, il Cremlino ha iniziato a sfruttare le circostanze a suo favore e a riscrivere i fatti: i Paesi baltici sono le retrovie operative di Kyiv. Lo stesso giorno, al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’ambasciatore russo Vasily Nebenzya ha accusato la Lettonia e altri Stati baltici di permettere all’Ucraina di lanciare droni contro la Russia dal loro territorio.

E ha aggiunto l’avvertimento suonato come una minaccia: «La Nato non vi proteggerà da una ritorsione». Riga ha convocato il rappresentante russo e ha ribadito di non aver mai autorizzato l’uso del proprio territorio per colpire obiettivi nella Federazione russa. Tallinn e Vilnius hanno detto lo stesso. Il 22 maggio, i ministri degli Esteri di Estonia, Lettonia, Lituania, Finlandia, Svezia, Norvegia, Danimarca e Islanda hanno firmato una dichiarazione congiunta: le accuse russe sono disinformazione, gli sconfinamenti dei droni sono una «conseguenza della guerra illegale di Mosca contro l’Ucraina, il sostegno a Kyiv continuerà e l’Articolo 5 della Nato resta il perimetro della deterrenza».

La zona grigia

Tra la versione russa e quella baltica c’è una zona grigia, ed è lì che si combatte la partita più insidiosa. Da marzo, diversi droni sono finiti nello spazio aereo di Lituania, Lettonia, Estonia e Finlandia durante attacchi contro infrastrutture russe nel Baltico. I governi baltici sostengono che alcune deviazioni siano state provocate dalla guerra elettronica russa (spoofing e jamming). Il Cremlino ha trasformato ogni incidente in un’accusa, una prova di cobelligeranza e un pretesto per nuove minacce.

La sequenza è stata rapida. Il 23 marzo un drone è caduto in Lituania, tre giorni dopo altri hanno raggiunto Lettonia ed Estonia, uno ha colpito la ciminiera della centrale di Auvere, a pochi chilometri dal confine russo. Poi di nuovo a inizio maggio, due droni provenienti dalla Russia sono entrati in Lettonia, uno ha colpito un deposito petrolifero a Rēzekne, danneggiando serbatoi vuoti, senza vittime. L’episodio ha avuto un effetto enorme: il ministro della Difesa Andris Sprūds si è dimesso, il governo ha perso la maggioranza e la premier Evika Siliņa ha lasciato il giorno dopo. Un drone non ha bisogno di fare morti per produrre crisi politiche.

La Storia

Per capire perché questi episodi siano letti nei Baltici come atti di pressione strategica, bisogna tornare alla Storia. Lituania, Lettonia ed Estonia non considerano la loro indipendenza del 1990-91 come la nascita di Stati nuovi, ma come restaurazione di Stati annessi illegalmente dall’Urss. Da allora l’ingresso nella Nato e nell’Ue non è stato una scelta geopolitica fra le altre, ma un’assicurazione “esistenziale”.

Il 29 marzo 2004 Tallinn, Riga e Vilnius sono entrate nell’Alleanza atlantica; da allora la missione Baltic Air Policing sorveglia i loro cieli perché i tre Paesi non hanno un’aviazione sufficiente a garantire la difesa aerea. Dopo l’annessione russa della Crimea nel 2014, la presenza alleata si è rafforzata, dal 2022 è il fondamento della sicurezza nazionale. E dopo il 2025, con la desincronizzazione delle reti elettriche baltiche dal sistema russo e bielorusso e l’aggancio alla rete Ue, il distacco da Mosca è anche infrastrutturale.

La nuova leva

Persa o ridotta la leva energetica, Mosca cerca quella psicologica. Non deve dimostrare che i Baltici siano davvero in guerra, le basta far circolare il sospetto che lo siano, così come non ha bisogno di colpire direttamente un Paese Nato, quando le basta costringerlo ad alzare gli allarmi e spiegare ai cittadini perché un drone ucraino possa finire sopra Vilnius.

I Baltici chiedono più difesa aerea, più sistemi anti-drone, più sensori, più capacità di neutralizzazione e comunicazioni pubbliche più rapide. Ma chiedono anche una cosa meno tecnica: che l’Europa non cada nella trappola ibrida di Mosca. Per il Cremlino, ogni drone fuori rotta deve provare che Kyiv trascina la Nato verso la guerra. Per Tallinn, Riga e Vilnius, prova il contrario: che la guerra russa produce instabilità oltre l’Ucraina

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