Trovato “il tesoro” della droga di Messina Denaro, sequestri per 200 milioni dalle Cayman al Principato di Monaco

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Si è conclusa nelle ultime ore una vasta operazione antimafia condotta dalla Guardia di Finanza e dal Gico, coordinata dalla Procura nazionale Antimafia e dalla Procura distrettuale di Palermo. Le prime notizie circolate danno per certo che le indagini delle Fiamme Gialle hanno portato a intercettare il “tesoro”, o almeno una parte, appartenuto dal boss mafioso Matteo Messina Denaro, la cui latitanza terminò il 16 gennaio 2023.

I dettagli dell’indagine verranno illustrati dal Procuratore nazionale Giovanni Melillo e dal capo della Dda palermitano Maurizio De Lucia in una conferenza stampa. Una operazione a livello internazionale: il patrimonio intercettato è enorme, 200 milioni di euro, frutto del reimpiego, anche attraverso società off shore, dei guadagni incassati dagli anni ’80 col narcotraffico sotto l’egida del capomafia morto di cancro nel settembre 2023. Un maxi riciclaggio di denaro che ha visto l’arresto di tre persone per impiego di denaro di provenienza illecita aggravato dall’agevolazione mafiosa, sequestrati beni, società e disponibilità finanziarie.

L’operazione, che si è svolta in diversi Paesi, oltre che in Italia, ad Andorra, a Gibilterra, alle Isole Cayman, in Lussemburgo, in Svizzera, in Libano, nel Principato di Monaco e in Spagna (nelle città di Malaga, Marbella, Benahavis e Puerto Banùs), è in stretta collaborazione e costante raccordo con i collaterali organi giudiziari e di polizia.

L’indagine odierna arriva a pochi giorni da altre due inchieste. La prima ha portato pm e investigatori a perquisire studio legale e abitazioni a Campobello di Mazara, appartenuti a un’avvocata deceduta da dieci anni, Antonella Moceri. Nel 2008 i killer di mafia le uccisero il marito, la Procura di Palermo ha riaperto queste indagini, sospettando che la donna, entrata in relazione col boss, del quale era stata difensore, avrebbe custodito l’archivio del capo mafia. Poi c’è stata l’altra indagine che ha visto finire sotto indagine due sorelle del boss, Bice e Giovanna Messina Denaro, con la scoperta della corrispondenza decennale tra le due donne e il fratello latitante. Anche in questo caso sono saltate fuori le tracce dei “soldi”, una sorta di registro dell’incassato. Tra i nomi emersi quelli del defunto imprenditore alcamese Vito Nicastri, il re dell’eolico, indicato con la sigla W nella corrispondenza. Con Nicastri, Messina Denaro gestiva la realizzazione di impianti eolici e fotovoltaici, l’ultimo degli investimenti scoperto in Veneto, nei primi anni del 2000, una inchiesta che farebbe comparire legami con esponenti politici della Lega. Nella corrispondenza trovata a casa delle sorelle Messina Denaro, in una parte è segnato che nel giro di pochi giorni Messina Denaro incassò da W – Nicasri circa 47 mila euro.

Nella stessa corrispondenza, in particolare quella datata 2013, Messina Denaro torna a scrivere della “guerra” contro lo Stato. Una sorta di “manifesto di Cosa nostra” scritto di suo pugno da Matteo Messina Denaro. Messina Denaro lo indirizzò alla sorella Rosalia (da poco condannata a 14 anni e in carcere). L’ordine sottinteso era quello di diffondere le sue parole: «essere incriminati di mafiosità arrivati a questo punto è un onore… perseguitati, sopraffatti da uno Stato prima piemontese e poi romano che non riconosciamo… la violenza questo siamo e un giorno ne sono convinto tutto ciò ci sarà riconosciuto e la storia ci restituirà quello che siamo stati in vita». Parole inquietanti rimaste segrete per tanti anni. «Una famiglia mafiosa che ha condizionato lo Stato» hanno scritto il procuratore De Lucia e i pm Brucoli, De Leo e Padova.

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