Damilano: “Imperatore e Papa sono entrambi americani. Tra Washington e Roma è scontro”

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Flash iniziale, l’addio a Francesco: «Il mondo ferito, la Chiesa lacerata, quel giorno l’Unicef aveva denunciato la morte di quindici bambini a Gaza». Flash conclusivo, Leone XIV sul soglio di Pietro: «Con l’elezione di un Papa americano un pezzo di battaglia culturale dall’America si sposta a Roma e si combatte nei centri studi, nell’editoria, nelle università». Già direttore de L’Espresso, poi conduttore su Rai 3 della striscia quotidiana Il cavallo e la torre, Marco Damilano è acuto analista delle dinamiche ecclesiali oltreché politiche. Il suo ultimo libro Noi siamo i tempi. La Chiesa di Francesco e Leone nel mondo a pezzi (Mondadori) racconta e interpreta ciò che della transizione tra i due pontificati è meno evidente. «Quando sono stato a Chicago, città natale di Prevost, la Trump Tower mi è apparsa come una Babele contemporanea, immagine evocata all’inizio dell’enciclica Magnifica Humanitas contrapposta a Gerusalemme, città dell’uomo sempre in costruzione».

Nel libro lei traccia un sorprendente parallelo tra Jorge Mario Bergoglio e una figura fondamentale del cattolicesimo sociale: don Luigi Di Liegro. Cosa li accomuna?
«Bergoglio è stato il primo Papa della storia nato, cresciuto e vissuto in una metropoli e non venuto da un piccolo paese come gli ultimi tre pontefici italiani o il polacco Karol Wojtyła. Buenos Aires con l’obelisco, i caffè, il porto, la città-labirinto di Borges, centro metafisico di una nuova rilettura della pietà per il cardinale che visitava le “villas miserias” dove vivono gli invisibili e i taxi rifiutano di entrare. Arrivava con i mezzi pubblici vestito da semplice prete, tra i “cartoneros” che raccolgono i rifiuti, gli scarti dell’opulenza altrui. Non si limitava al conforto e alla carità, costruiva alleanze con i movimenti, i volontari, gli ospedali pediatrici. Spostamento del punto di vista dal centro alle periferie: sarà il cuore del messaggio».

Rivoluzione copernicana?
«È la teologia della città di cui parlava negli stessi anni a Roma il direttore della Caritas don Luigi Di Liegro. Un prete dei poveri, figlio di un pescatore emigrato negli Usa, diventato la voce della città nascosta nella capitale d’Italia e centro del cattolicesimo mondiale, il primo qui a studiare il fenomeno dell’immigrazione e a difendere i migranti senza dimora e permesso di soggiorno, ma anche ad aprire una casa per malati di Aids nel parco di Villa Glori nel quartiere Parioli di Roma, scatenando così un grande scandalo nei benpensanti di destra e di sinistra».

Ecco la scoperta della “santità della porta accanto”.
«Solo dopo il Concilio la Chiesa ha cominciato a elaborare una teologia della città che soltanto con Francesco ha trovato posto nei documenti ufficiali. “Dio vive nella città”, si leggeva nel documento finale della conferenza di Aparecida (2007), presieduta dal cardinale Bergoglio. Concetto ribadito nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium: “La rivelazione ci dice che la pienezza dell’umanità e della storia si realizza in una città”. Segno di una Chiesa in grado di leggere i segni dei tempi. L’intuizione, modernissima, che la città, la metropoli, non è l’incubo dell’alienazione, l’inferno della secolarizzazione, anzi può diventare persino il luogo ideale di incontro tra persone, culture, fedi religiose».

Alla sorpresa di un Papa Usa è seguito un primo anno di pontificato poco seguito dai media. Poi cosa è accaduto?
«A febbraio 2025 il tycoon si fa riprendere mentre nello Studio Ovale i predicatori evangelici mettono le mani sul suo corpo e pregano per Donald Trump. Il presidente, a dispetto di tutta la sua controversa biografia, consente che la pastora Paula White, la telepredicatrice evangelica da lui nominata presidente dell’Ufficio della Fede della Casa Bianca, lo paragoni a Gesù. Scene trasmesse con i mezzi della contemporaneità ma dal sapore antico. L’Imperatore si legittima con Dio. Ma di fronte si trova il Papa di Roma, venuto dall’America, “l’uomo più popolare al mondo”, lo definisce Christopher Hale. Robert Prevost è mite e determinato, nonostante il rischio che la sua voce si perda nel frastuono delle armi e degli eserciti. L’11 aprile scorso, durante una veglia di preghiera a San Pietro, Leone attacca “chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di se stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo, cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio”. Avverte: “Basta con l’idolatria di se stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra!”. Trump, evidentemente, si sente chiamato in causa dalle parole del Papa missionario».

Perché una reazione simile?
«A farlo impazzire di rabbia, più di ogni altra cosa, è stata la notizia dell’incontro in preparazione tra Leone XIV ed Obama. Il 12 aprile Trump esplode su Truth: “Leone è debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera. Dovrebbe essermi grato, se non fossi alla Casa Bianca, non sarebbe in Vaticano”. Secca la replica del Papa: “Non ho paura dell’amministrazione Trump. Parlo del Vangelo. Non sono un politico, non ho intenzione di fare un dibattito con lui’. Mai si è visto uno scontro del genere, per di più esploso oggi nel cuore dell’Occidente».

Con quali effetti concreti?
«Neppure Stalin durante la guerra fredda aveva attaccato così un Papa, si era limitato a chiedersi quante divisioni potesse mettere in campo la Santa Sede. Neppure i comunisti polacchi reagirono in modo così aggressivo all’elezione di Karol Wojtyla. Nel primo anno di pontificato il Papa polacco potè visitare il suo paese. Il Papa americano non lo farà. Stalin, però, si sbagliava a sottovalutare il potere spirituale del Pontefice di Roma. Come sbaglia Trump, l’uomo che voleva farsi papa e ora messia. Trump e Prevost sono due americani contro: per la prima volta Imperatore e Papa sono della stessa nazione, il presidente degli Usa, nato sulla libertà religiosa e oggi guida di un fondamentalismo secolare che trova nella Chiesa di Roma un argine e un ostacolo. Era già successo con Francesco, ma ora il presidente e il Papa condividono la stessa lingua, lo stesso spazio. Però Trump e Leone sono su due piani diversi. Uno rappresenta un potere mondano che vorrebbe farsi soprannaturale, come tanti altri poteri della storia si sono illusi di fare, per ritrovarsi polvere. L’altro rappresenta un potere universale e spirituale, erede di due millenni di storia che fanno sparire il piccolo tycoon. Il Papa che si è annunciato al mondo con la richiesta di una pace disarmata e disarmante si è ritrovato di fronte a un attacco violento, anche personale. La “pace con tutti voi” è il compito del missionario chiamato a guidare la Chiesa in questa epoca attraversata da odio e guerre di distruzione. “Sono tempi cattivi, dicono gli uomini. Viviamo bene e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi”,dice Agostino».

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