Un pizzo da 5 mila euro, così venivano reclutati gli schiavi per il cantiere del consolato Usa

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I carabinieri lo bloccano all’aeroporto di Orio al Serio. Il manager-capo cantiere turco aveva fatto le valige per tornare in fretta e furia a casa. Lo scorso giovedì Ulas Demir, 47 anni, aveva scoperto di essere indagato per caporalato con l’ipotesi di aver sfruttato centinaia di manovali costretti a lavorare in condizioni di “para-schiavitù” nel cantiere della futura sede del consolato generale degli Usa a Milano. Il pericolo di fuga ha fatto scattare il decreto di fermo emesso dai pm Paolo Storari e Mauro Clerici. Nell’atto sono richiamate le accuse già contenute nel provvedimento che ha disposto il controllo giudiziario in via d’urgenza per la divisione italiana della Caddell Construction, l’azienda con sede in Alabama, che si è aggiudicata l’appalto da 209 milioni di dollari per effettuare i lavori di riqualificazione dell’area dell’ex «Tiro a Segno» in piazzale Accursio.

Gli accertamenti

Il 29 maggio i militari del Nucleo ispettorato del lavoro, dopo aver superato le resistenze del personale del Dipartimento di Stato americano, erano riusciti ad accedere al cantiere. Il veloce controllo è bastato per riscontrare numerose violazioni» in materia di sicurezza e avere la conferma da parte di alcuni degli operai presenti della «situazione di pesante sfruttamento lavorativo, le minacce e le vergognoso condizioni a cui sono sottoposti». In particolare, è stato constatato che i manovali «sono costretti a lavorare con turni massacranti, senza sicurezza e sotto la costante minaccia di licenziamento e quindi di rientrare nel loro paese d’origine, se non sottostanno a condizioni lavorative degradanti e sottopagate, non potendosi nemmeno ribellare perché ricattabili e controllati».

Milano, lavoratori sfruttati al cantiere del consolato Usa: i carabinieri raccolgono testimonianze

Il pizzo da pagare

Già solo per ottenere il lavoro e il visto italiano gli operai avrebbero pagato un sorta di “pizzo”. Cinquecento mila rupie, pari a 5-6mila euro, versate a un’agenzia di reclutamento indiana, la Dynamic house, con sede a Nuova Delhi. Una somma che spesso hanno avuto indebitandosi con familiari e amici. Appena sbarcati in Italia le condizioni del contratto stipulato in patria diventerebbero carta straccia. «Ho firmato dei fogli -racconta Zamzam H. -, di cui non so il contenuto, perché non mi hanno permesso neppure di leggerli». Le 10 ore di lavoro giorno per 6 giorni a settimana vengono retribuite con una paga oraria inferiore a 2 euro «ampiamente sotto la soglia della c.d. “povertà lavorativa». Anche perché a quella formale di 4,16 euro viene detratta d’imperio dal datore di lavoro turco il costo del vitto e dell’alloggio. Dopo il controllo Demir ha ricevuto dalla Turchia una chiamata da suo superiore. «Fratello – ha detto l’interlocutore -, Zafer dice che se vieni per ferie (in Turchia, ndr), sarebbe meglio… Vedi un attimo e parlane con la tua moglie». Un invito raccolto immediatamente da Demir che il giorno dopo ha comprato il biglietto.


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