Mi domando spesso cosa significhi “fare letteratura”, e la risposta non l’ho ancora trovata. Forse perché la letteratura non è un qualcosa che si fa, ma è un valore che sono ə lettorə ad attribuire ai romanzi. L’opera è ciò che conta e ciò che rimane, chi l’ha scritta stia in secondo piano e non prenda il sopravvento.
È responsabilità nostra se oggi la letteratura viene considerata elitaria. Spesso dimentichiamo che non ci rivolgiamo solo aə nostrə colleghə scriventə, ma a tuttə lə Altrə. Elsa Morante lo aveva ben presente: impose che “La Storia” fosse venduto a duemila lire così da renderne l’acquisto più accessibile, e lo dedicò a “por el analfabeto a quien escribo”, citando il poeta César Vallejo. A loro voleva arrivare, e a loro è arrivata.
Da qualche giorno è uscito il terzo romanzo di Francesca Giannone, “Gli anni in bianco e nero”. Ambientato in un paese del Salento negli anni Sessanta, racconta la storia di quattro sorelle tramite la voce di Mimì, la più piccola, che sogna di diventare una regista e di “fare il cinema, come Fellini”. Se da un lato gli anni Sessanta sono associati ad abiti colorati e audaci, a capolavori cinematografici e a brani musicali indimenticabili, al fermento politico e alle occupazioni studentesche, dall’altro vigeva ancora la patria potestà, l’adulterio – se commesso dalla donna – veniva punito con il carcere, un crimine come lo stupro poteva essere sanato dal matrimonio, non esisteva il divorzio, men che meno il diritto all’aborto.
Maria, Giovanna, Ada e Mimì sono le custodi delle storie di una generazione che seppur appaia lontanissima, è quella delle nostre madri e delle nostre nonne. Francesca Giannone restituisce loro dignità, e ne racconta la tenacia e le battaglie quotidiane non con lo sguardo dell’oggi, bensì dalla prospettiva di ieri. Donne che hanno resistito ogni giorno prendendo consapevolezza di se stesse, che hanno gettato il seme della ribellione e hanno sofferto e lottato per costruire le fondamenta della società in cui viviamo. Ognuna di loro è eroina della propria, e della nostra, storia.
La scrittura di Giannone ti prende per mano e ti accompagna, inquadra come una macchina da presa, dona colore ed esalta i bianchi e i neri, raccontando il dolore senza mai cedere alla morbosità. Una prosa limpida e genuina, che rispetta ə suə lettorə e si ricorda sempre che le storie sono di tuttə e per tuttə.
“Gli anni in bianco e nero” è un romanzo politico e sincero, che riflette la postura della sua autrice nell’abitare il mondo e la scrittura. In ogni singola parola c’è lei, e così ogni donna del passato, le loro figlie del presente, e anche quelle che verranno.
A loro voleva arrivare, a loro arriverà.
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