Venezuela in ginocchio: illusioni di libertà 5 mesi dopo il blitz di Trump

0
2

«Yankee go home!». La consegna strillata per quasi tre decenni è un mantra ammaccato in Venezuela. Un ricordo seppiato nell’album del chavismo, che sembra ormai appartenere a un’altra epoca. Eppure gli slogan anti-imperialisti infarcivano i discorsi fino a cinque mesi fa. Poi le forze speciali statunitensi hanno catturato il presidente Nicolas Maduro, archiviando la rivoluzione bolivariana. Almeno apparentemente.

Da quel 3 gennaio, sostiene la vulgata della strada, lo scenario ha superato i peggiori incubi di Hugo Chavez: le decisioni vengono prese tra Washington e l’ambasciata Usa di Caracas. La presidente Delcy Rodriguez ha raccolto i “suggerimenti” di Trump, cambiando molte pedine del governo. Ma i gangli delle istituzioni restano controllati dagli stessi al potere da 27 anni, i chavisti. Un gattopardo caraibico che ha spazzato via l’illusione di chi credeva che sarebbe subito arrivata una sterzata. E invece. L’economia continua a costeggiare l’abisso. Il bolivar, la valuta nazionale, perde valore ogni giorno in un sistema di fatto dollarizzato e i prezzi, dal cibo alla benzina, sono raddoppiati dalla rimozione di Maduro.

Nelle strade di Caracas si respira lo scontento. La speranza viaggia più veloce dei cambi reali. Si continua a improvvisare, specialità nazionale, per sopravvivere alla giornata dribblando la fame, i blackout – più frequenti fuori dalla capitale – e scommettendo sul ritorno della democrazia. Ma all’orizzonte non ci sono elezioni. Maria Corina Machado, leader dell’opposizione e Nobel per la Pace, è in esilio e attende il semaforo verde di Washington: è stata tra i più intransigenti oppositori del chavismo e il suo rientro sarebbe interpretato come uno schiaffo dall’attuale governo, che la considera latitante e l’accusa di aver sponsorizzato l’intervento Usa che ha detronizzato Maduro.

Venezuela, detenuti denunciano torture e prendono il controllo di una prigione

In questo quadro la presidente Rodriguez è impegnata in un equilibrismo delicatissimo tra le imposizioni di Washington – la cui influenza arriva ad annunciare l’agenda dei suoi viaggi all’estero – e lo zoccolo duro del chavismo, infuriato dalla perdita di sovranità e potere. Tra le accuse rivolte a Rodriguez c’è anche quella di aver “dimenticato” Maduro: è scomparso dai discorsi pubblici, così come stanno svanendo i maxi-cartelloni che lo ritraggono accanto alla moglie Cilia, con la richiesta “Los queremos de vuelta” (Li vogliamo indietro). L’episodio di massima tensione tra la presidente e i duri e puri chavisti si è registrato lo scorso 23 maggio, quando due aerei Usa hanno sorvolato i cieli di Caracas, un sinistro remake del blitz del 3 gennaio.


«Era solo un’esercitazione», si è affrettato a dire il ministro degli Esteri Yvan Gil Pinto. Ma è arrivata, specie sui social, una pioggia di critiche e accuse. Anche perché dal Parlamento non era arrivata alcuna autorizzazione. Tra i commenti più duri quello di Elías Jaua, ex vicepresidente di Chávez, che ha definito la scena «umiliante» e allertato sulla possibile «normalizzazione dell’amministrazione coloniale a cui il Venezuela è sottoposto».

Intanto Rodriguez ha consegnato le chiavi del settore petrolifero agli Usa. L’amministrazione Trump supervisiona le vendite di greggio e gestisce le entrate. Ma a fronte dei dati sulla produzione – 1,25 milioni di barili al giorno, +60% rispetto a un anno fa – non si conoscono le cifre dei guadagni.

«È una gestione molto opaca, è tutto coperto da un velo oscuro», sottolinea Phil Gunson, analista di International Crisis Group, che da quasi trent’anni vive a Caracas. Un analista latinoamericano indipendente, che chiede l’anonimato, stima che i guadagni si attestino intorno al miliardo e mezzo al mese, cifra simile a quando Maduro era al potere. «Ma oggi i prezzi sono più alti per la crisi di Hormuz e perché il petrolio non viene più venduto a tariffe scontate a Paesi alleati. Qualcosa non torna», aggiunge.

Anche il settore minerario e quello dell’energia elettrica, su input degli Usa, non saranno più in mano pubblica. Negli alberghi cinque stelle di Caracas si registra un viavai di investitori stranieri. Tutti, però, chiedono una condizione, che attualmente appare un miraggio: stabilità. A partire dall’economia. Arrivare a fine mese, per i venezuelani, è un’impresa. Il salario minimo non raggiunge i 250 dollari, in un Paese in cui il paniere base richiede almeno il triplo. E i prezzi sono alle stelle: un rotolo di carta igienica arriva a costare un dollaro, la carne è quasi scomparsa dalle tavole.

Quello che è cambiato radicalmente dal 3 gennaio è il clima generale. «Si respira una nuova libertà, la gente ha meno paura di protestare», racconta Phil Gunson. Dopo la rimozione di Maduro ci sono state diverse manifestazioni contro il governo, nessuna repressa nel sangue o con arresti arbitrari. «In tv iniziano anche a comparire politici di opposizione, una scena impensabile fino a poco tempo fa», aggiunge Gunson.

«Ma l’apparato repressivo non ha mai smesso di funzionare», sottolinea Alfredo Romero, direttore di Foro Penal, una delle più importanti Ong per la difesa dei diritti umani. I gruppi paramilitari e le strutture incaricate dal chavismo di reprimere gli oppositori non sono state smantellate. «Il mostro è ancora lì, sta osservando e potrebbe tornare in azione – continua Romero –. Per una vera transizione democratica bisogna rimuovere i colpevoli di violazione dei diritti umani».

La liberazione di circa 800 prigionieri politici è un altro capitolo che marca la differenza. Molte famiglie hanno potuto riabbracciare i familiari, spesso detenuti senza condanna. La loro scarcerazione era uno dei dossier messi sul tavolo dal segretario di Stato Usa Marco Rubio per un cammino verso la democrazia. «Ma ci sono ancora 400 detenuti politici e dalla cattura di Maduro ne abbiamo registrati 14 nuovi – spiega Martha Tineo, avvocata e coordinatrice dell’ong Justicia, Encuentro y Perdon –. Siamo però certi che siano molti di più: spesso i familiari non denunciano per paura di ritorsioni». E poi non c’è ancora stata la riforma della giustizia. «In Venezuela – spiega Alfredo Romero – il sistema giudiziario è un ingranaggio stesso della repressione: il diritto alla difesa spesso non è garantito».


Il piano in tre tappe – stabilizzazione, recupero e transizione – tracciato da Rubio sembra molto indietro. Le elezioni presidenziali, la maggior richiesta dei venezuelani dopo i brogli di Maduro nel 2024, non sembra tra le priorità di Washington. «Se dovessi fare una previsione – riflette Phil Gunson – non direi che nel 2027 ci saranno elezioni libere. La transizione sarà un processo lungo, in cui i venezuelani dovranno ancora convivere con i poteri di fatto. Il rischio è che si consolidi un nuovo tipo di autoritarismo».

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it