Il raid israeliano sulla strada per Nabatiyeh che ha ucciso il generale Wissam Sabra, comandante della settima Brigata dell’esercito libanese, è arrivato poche ore dopo il duro discorso del presidente Joseph Aoun contro l’Iran e la richiesta di smetterla di interferire con il destino del Libano. Aoun, già comandante delle forze armate, forti legami con gli Stati Uniti, aveva appena strappato un cessate il fuoco, per quanto fittizio, che almeno salvava Beirut dai bombardamenti. Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi gli aveva replicato e chiesto di occuparsi del “vero nemico”, cioè Israele. L’incidente di sabato mattina ha portato acqua al suo mulino. I militari libanesi hanno condannato con forza l’azione dell’Idf, per quanto frutto con tutta probabilità di un errore di intelligence. Ma il punto è un altro. Il fatto che Israele debba far sponda con l’esercito libanese contro Hezbollah, e non milizie alleate, come nella guerra del 1982-1983, e poi nell’occupazione del Sud fino al 2000, è un segno di debolezza, non di forza.
Hezbollah è nato, cresciuto e diventato egemone dal punto di vista della sicurezza in Libano in quegli anni. La guerra civile, terminata nel 1990, ha svuotato le forze armate regolari. La Svizzera del Medio Oriente si era trasformata in un mosaico di sette religiose, ognuna con la sua milizia. E questo, dal punto di vista israeliano, era l’ideale. Un modello. Che poi ha cercato di replicare in Libia e Siria. Oggi però sono rimasti solo un esercito ancora molto debole e una forza di guerriglia modernizzata, che usa i droni con grande efficacia e si presenta come “unica resistenza” contro una nuova occupazione. L’esercito certo può rivendicare, a ragione e con l’appoggio di Europa e Stati Uniti, il “monopolio della violenza”. Ma può farlo solo se termina l’occupazione. Altrimenti non ha la forza politica, morale, di consenso, per farlo. E’ un circolo vizioso. Aoun non può affrontare l’Idf, se no perde l’appoggio di Washington. E neanche disarmare Hezbollah, perché non ne ha i mezzi e se ci prova salta il precario equilibrio settario che lo ha portato alla presidenza.
In tutta questa operazione si dimentica sempre l’aspetto politico e sociale. Alle ultime elezioni Hezbollah ha avuto 335.466 voti, pari al 18,56 per cento. I suoi 13 parlamentari sono stati decisivi nell’elezione del capo dello Stato. Gli sciiti sono un terzo della popolazione, le reclute sciite nell’esercito sono le più numerose, gli ufficiali sciiti sono leali allo Stato ma non vogliono sparare contro la propria comunità di appartenenza. Sono ancora una piccola minoranza negli alti gradi, ma in crescita. L’idea di fare del Partito di Dio, per quanto legato a doppio filo con Teheran, una specie di forza infiltrata, arrivata da chissà dove, da espellere con un esercito formato in parte da reclute che provengono dagli stessi villaggi, è fuori dalla realtà. Anche Israele lo sa, alla perfezione. Sa che non può contare su veri alleati armati all’interno del Libano, come trenta o quarant’anni fa, quando c’erano le milizie cristiane falangiste. Ha cambiato equazione. Non più occupare il Paese con il consenso di una parte della popolazione. Ma svuotarlo. Creare un deserto chiamato fascia di sicurezza o qualcosa del genere.
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