Trasparenza salariale, da oggi si può conoscere lo stipendio medio dei colleghi: le nuove regole

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Da oggi, 7 giugno 2026, entra in vigore in Italia la direttiva europea sulla trasparenza salariale. La prima novità riguarda la fase di selezione del personale. Le aziende sono ora obbligate a indicare la fascia retributiva già nell’annuncio di lavoro, o comunque prima di avviare un colloquio. È inoltre vietato chiedere ai candidati quanto guadagnavano in precedenza, una pratica che, fino a ieri, rischiava di trascinare eventuali disparità passate all’interno del nuovo rapporto di lavoro. Come raccontato da La Stampa, oggi su un campione di 49.490 annunci pubblicati nel 2025 su LinkedIn da 252 grandi imprese, il 93% non riportava alcuna indicazione chiara sulla retribuzione, e nell’85% dei casi l’omissione era totale.

Il diritto di sapere

Ogni lavoratore acquisisce ora il diritto di chiedere all’azienda la retribuzione media, disaggregata per genere, di chi svolge la stessa mansione o un ruolo di pari valore. Il datore di lavoro è tenuto a rispondere entro 60 giorni. Superato quel termine senza risposta, scattano le sanzioni amministrative e pecuniarie. Il quadro dei numeri che questa norma intende correggere è significativo: secondo l’Istat, nel settore privato le lavoratrici dipendenti guadagnano in media 6.000 euro in meno all’anno rispetto ai colleghi uomini. Il divario sulle paghe orarie è del 5,6%, ma il differenziale retributivo complessivo sale al 15,9% anche a parità di titolo di studio.

La soglia del 5% e le responsabilità

Se il divario retributivo tra uomini e donne supera il 5% senza una giustificazione oggettiva, il datore di lavoro è obbligato a intervenire, in collaborazione con le rappresentanze sindacali, per sanare la differenza. In caso di inerzia, l’onere della prova si ribalta: sarà l’azienda a dover dimostrare l’assenza di discriminazione, non il lavoratore. Chi ha subito un trattamento discriminatorio ha diritto al risarcimento integrale del danno, compresi i danni non patrimoniali e la perdita di opportunità di carriera.

Le scadenze per le imprese

Gli obblighi di rendicontazione periodica entreranno in vigore in modo graduale. Dal 1° giugno 2027, le imprese con almeno 250 dipendenti dovranno presentare ogni anno un rapporto sui divari retributivi di genere; quelle tra 150 e 249 dipendenti lo faranno ogni 3 anni. Le aziende con un organico compreso tra 100 e 149 addetti avranno tempo fino al 7 giugno 2031 per adeguarsi, con rendicontazione triennale. Al di sotto dei 100 dipendenti – soglia che esclude la grande maggioranza delle imprese italiane – il rapporto rimane facoltativo. Nel documento andranno indicati il divario retributivo medio e mediano per categoria, la distribuzione di uomini e donne nei 4 quartili salariali, le differenze su bonus e premi variabili, e la proporzione per genere di chi beneficia di buoni pasto, auto aziendale o piani pensionistici integrativi.

Le nuove norme si estendono al settore pubblico. Le imprese che partecipano a gare d’appalto o richiedono concessioni e finanziamenti statali devono dimostrare di rispettare il principio della parità retributiva per essere ammesse o per mantenere i benefici già ottenuti. Nessuno Stato membro potrà abbassare le tutele già garantite a livello nazionale: la direttiva introduce una clausola di non regressione che protegge i diritti acquisiti. L’Italia, insieme alla Slovacchia, è tra i primi paesi dell’Unione a recepirla: altri, come Paesi Bassi e Danimarca, aspetteranno il 1° gennaio 2027, mentre la Germania accusa già ritardi. La Commissione europea ha fissato al 7 giugno 2031 la prima valutazione complessiva dei risultati raggiunti.

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