Droni su Chernobyl, incubo senza fine

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«Un crimine di guerra»: dopo un ennesimo attacco alla centrale nucleare di Chernobyl, o Chornobyl come si chiama in ucraino, la magistratura di Kyiv ha deciso di aprire una incriminazione contro la Federazione Russa per «violazione delle regole delle attività belliche». Il drone Geran-2, una versione made in Russia dei velivoli senza pilota iraniani, si è schiantato alle 2 e 05 di ieri contro l’edificio della centrale atomica che porta il nome ufficiale di TsSVYaP, che si descritta come “Deposito centralizzato di combustibile nucleare esausto”. Accanto si trova la sede amministrativa degli uffici dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, il cui direttore generale Rafael Grossi ieri ha espresso una «profonda preoccupazione» per l’attacco russo a una struttura che «contiene grandi volumi di materiali nucleari».

Le foto dell’edificio sventrato – un blocco di cemento armato dipinto dei colori della bandiera ucraina, situato a qualche chilometro di distanza dal “sarcofago” che racchiude il sito del disastro nucleare del 1986 – sono state pubblicate dall’ente nucleare ucraino Energoatom, insieme ai rottami del drone. «Attualmente non sono stati registrati superamenti delle norme della radioattività, a differenza del superamento evidente della già enorme arroganza russa», ha dichiarato sferzante Volodymyr Zelensky, che ha definito l’attacco «vile» e soprattutto «intenzionale». Alla vigilia del dibattito sul 21simo pacchetto delle sanzioni contro la Russia, anche il ministro degli Esteri di Kyiv Andriy Sybiha ha voluto ribadire che gli attacchi contro le infrastruture atomiche ucraine sono «sistemici, deliberati e inacettabili», invocando una «condanna globale e un aumento delle pressioni sull’aggressore».

Anche se, a quanto pare, il deposito dalla sigla impronunciabile fosse in realtà vacante al momento dell’attacco, il fatto stesso che la “zona” di Chernobyl – la centrale esplosa il 26 aprile 1986, e il territorio di esclusione che la circonda, tuttora pesantemente contaminato dalle radiazioni – continui a essere un bersaglio dell’esercito russo inquieta sia gli ucraini che gli europei. L’incendio scoppiato dopo l’impatto del drone russo è stato spento senza apparenti danni al magazzino dei container di scorie nucleari. Ma colpire Chernobyl significa giocare alla roulette russa: il 14 febbraio 2025 un drone russo ha centrato in pieno il “sarcofago”, la struttura che copre il reattore numero quattro della centrale, esploso 40 anni fa e ancora contenente una quantità di materiali radioattivi enorme. L’attacco ha perforato il rivestimento interno ed esterno del sarcofago, lasciando un buco di circa 15 metri quadrati, e danneggiando altri 200 metri quadrati dei pannelli del tetto.

Quando si parla della sede del più grave incidente nella storia del nucleare civile, qualunque attività militare nella zona di esclusione potrebbe produrre un disastro. Come del resto hanno scoperto i soldati russi a loro spese quando, nei primi giorni dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, avevano scavato per ordine dei loro superiori delle trincee nel suolo altamente radioattivo della “foresta rossa”, il tratto di bosco ucciso da un’ondata letale di radiazioni. Rimane uno dei punti più contaminati della zona di esclusione, e diverse fonti anche occidentali hanno riferito che uno dei motivi che hanno spinto i russi ad abbandonare il territorio di Chernobyl, già il 31 marzo 2022, siano stati proprio i numerosi casi di malessere da radiazioni tra i militari che avevano inalato la polvere alzata dai lavori di scavo.

La bandiera ucraina issata sulla centrale dopo il suo ritorno sotto il controllo di Kyiv è stata uno dei pochi cimeli che sono stati salvati dalle macerie del museo di Chernobyl, distrutto dai missili russi durante uno dei bombardamenti delle ultime due settimane. Il disastro nucleare che aveva segnato l’inizio della fine dell’Urss rimane una minaccia, e una ferita mai rimarginata, che oggi molti ucraini ritengono un’eredità tragica dell’epoca della sottomissione a Mosca. Ma rimane anche un’arma nella guerra in corso: soltanto pochi giorni fa il dittatore belarusso Aleksandr Lukashenko ha minacciato di colpire in Ucraina «un bersaglio non lontano dal confine, con coordinate ben note a tutti». Una minaccia folle, visto che proprio la Belarus era stata il territorio più colpito dalle radiazioni nel 1986, e che un attacco a Chernobyl – situata nel Nord dell’Ucraina, al confine con la Belarus – potrebbe diventare un boomerang micidiale per Minsk. Un ricatto che però nella mente di Lukashenko potrebbe essere funzionale a tutelarsi contro eventuali attacchi degli ucraini, la cui capacità accresciuta di lanciare droni e missili mette a rischio il più fedele alleato di Mosca, che utilizza il territorio bielorusso per scagliare bombe contro le città ucraine.

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