Il raid israeliano sulla strada per Nabatiyeh che ha ucciso il generale Wissam Sabra, comandante della settima Brigata dell’esercito libanese, è arrivato poche ore dopo il duro discorso del presidente Joseph Aoun contro l’Iran e la richiesta di smetterla di interferire con il destino del Libano. Aoun aveva appena strappato un cessate il fuoco, per quanto fittizio, che almeno salvava Beirut. È durato poco. Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi gli aveva replicato e chiesto di occuparsi del «vero nemico», cioè Israele. Ma il punto è un altro. Il fronte libanese è diventato centrale nella guerra, a questo punto dei “cento giorni”, tra lo Stato ebraico e la Repubblica islamica. Quanto e forse più del Golfo.
Donald Trump ha cercato di disinnescarlo nella telefonata “you’re fucking crazy”, sei un pazzo con Benjamin Netanyahu. Ma il premier israeliano è andato avanti e ha colpito Beirut. Non per follia, per un calcolo. Il fronte del Golfo è finito in uno stallo, un pareggio. I Pasdaran hanno bloccato il traffico petrolifero e hanno visto a loro volta i propri porti bloccati. Hanno inflitto gravi danni a 17 basi americane nella regione, ma non hanno ottenuto il ritiro delle truppe Usa. I negoziati servono a certificare questo pareggio. Fine delle sanzioni, ritorno del traffico marittimo. Il pareggio però crea una nuova “equazione”. E cioè che Teheran ha ora più voce in capitolo negli affari regionali. Assume un ruolo. Non Stato paria che può usare solo il “terrorismo”. Ma che si siede a un tavolo con la prima potenza mondiale. Non usa più le milizie alleate come deterrente. Le protegge. Di più, si erge a protettore di un intero Paese, il Libano.
L’INTERVISTA
Benny Morris: “Gli Ayatollah minacciano l’Occidente. Non ci sarà stabilità con questo regime”

L’insistenza nel legare la tregua nei Paesi dei Cedri con i negoziati, la linea rossa posta a Beirut, che lo stesso Trump ha cercato di far rispettare, significa questo. Ma per il governo israeliano accettarlo ha il valore di un passo indietro. Perdere la libertà di manovra nei confronti dei Paesi vicini rimette in discussione la postura di prima forza militare in Medio Oriente, conquistata nel 1967, ribadita nella campagna del 1982-83, consolidata con i cambi di regime e la balcanizzazione di Siria e Libia. Ma è proprio in Libano, lo Stato in teoria più debole di tutti, che questa postura è stata contestata con maggiore forza. Prima dal ritiro dal Sud imposto dalla guerriglia di logoramento di Hezbollah. Poi dal fallimento del blitz del 2006. E ora nella difficoltà di avanzare e prendere il controllo di tutto il corso del fiume Litani.
Il fatto che Israele debba far sponda con l’esercito libanese contro Hezbollah, e non milizie alleate, come nel 1982-1983, e poi nell’occupazione fino al 2000, è un segno di debolezza. Hezbollah è nato, cresciuto e diventato egemone dal punto di vista militare in Libano in quegli anni. La guerra civile, terminata nel 1990, ha svuotato le forze armate regolari. La Svizzera del Medio Oriente si era trasformata in un mosaico di sette religiose, ognuna con la sua milizia. E questo, dal punto di vista israeliano, era l’ideale. Oggi però sono rimasti solo un esercito regolare ancora molto debole e una forza di guerriglia modernizzata, che usa i droni con grande efficacia e si presenta come «unica resistenza» di fronte al «vero nemico». L’esercito libanese non può disarmarlo. Non ha né la forza militare né il consenso politico interno. Se l’Iran riesce a preservarlo, il pareggio nel Golfo si trasformerà in una vittoria, seppure di un soffio. E la scommessa di Netanyahu, cambiare il Medio Oriente con l’aiuto di Trump, sarà fallita.
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it




