ROMA. Per decenni è stata una delle storie di maggior successo della sanità italiana. Oggi però quella lunga marcia che ha portato il nostro Paese ai vertici mondiali per sopravvivenza neonatale rischia di rallentare, se non addirittura invertire la rotta. L’allarme è arrivato dal Forum sulla neonatologia organizzato il 9 giugno al Ministero della Salute dalla Società Italiana di Neonatologia (Sin).
Le statistiche
I numeri raccontano infatti una storia straordinaria. Secondo i dati Ocse e della Banca Mondiale, l’Italia registra oggi circa 2,3 decessi infantili ogni mille nati vivi, contro una media Ocse di 4 per mille. Ancora migliore il dato sulla mortalità neonatale, che si colloca tra 1,4 e 1,6 decessi ogni mille nati vivi, uno dei valori più bassi al mondo. Nel 1960 la mortalità infantile nel nostro Paese era di 44 decessi ogni mille nati vivi. Oggi è diminuita di oltre il 94%. In pratica, sessant’anni fa moriva nel primo anno di vita un bambino ogni 23 nati; oggi il rapporto è sceso a uno ogni 435.
SANITà
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Dietro questo risultato c’è la crescita della neonatologia moderna. Negli ultimi trent’anni la sopravvivenza dei bambini molto prematuri è aumentata in modo impressionante grazie alle terapie intensive neonatali, ai ventilatori sempre meno invasivi, alla nutrizione artificiale avanzata e ai farmaci somministrati già durante la gravidanza per favorire la maturazione dei polmoni. Oggi riescono a sopravvivere anche neonati nati prima della venticinquesima settimana di gestazione o con un peso inferiore ai 700 grammi, traguardi che fino a pochi decenni fa apparivano irraggiungibili.
L’allarme
Ma proprio mentre la neonatologia italiana raccoglie i frutti di questo percorso, emergono nuovi rischi. «La strada che ci ha portato a questi risultati non può essere considerata acquisita per sempre», avverte il presidente della Società Italiana di Neonatologia, Massimo Agosti. «Esistono fattori che potrebbero compromettere quanto costruito negli ultimi decenni e che richiedono interventi urgenti».
Il primo è la denatalità. Le culle vuote riducono il numero dei parti e mettono sotto pressione l’organizzazione della rete assistenziale. Ma secondo Agosti il problema non è soltanto quantitativo. «In Italia continua a mancare un pieno riconoscimento accademico della neonatologia come disciplina autonoma. Si tratta di una specialità con caratteristiche proprie, distinta dalla pediatria, e questa situazione spinge molti giovani medici interessati alla materia a formarsi all’estero, con il rischio concreto che non facciano più ritorno».
A preoccupare è anche la frammentazione dell’assistenza. Nel Paese continuano a esistere numerosi punti nascita con meno di 500 parti all’anno e una rete di terapie intensive neonatali molto dispersa. «La concentrazione dei casi più complessi nei centri ad alta specializzazione migliora gli esiti», osserva Agosti. «Quando il numero di pazienti trattati è troppo basso si riduce inevitabilmente l’esperienza clinica accumulata dai professionisti e questo può riflettersi sulla qualità delle cure». Il confronto internazionale è eloquente. Parigi e la sua area metropolitana contano quattro terapie intensive neonatali, mentre Roma e il Lazio ne hanno dodici. Una differenza che, incrociata con il calo delle nascite, rischia di tradursi in una minore casistica per singola struttura.
Il ruolo dei farmaci
Altro capitolo delicato è quello dei farmaci. In neonatologia circa il 95% delle terapie viene utilizzato off label, cioè al di fuori delle indicazioni specificamente autorizzate. Farmaci sviluppati e testati sugli adulti vengono impiegati nei neonati perché spesso non esistono alternative. «Molte patologie neonatali, come la broncodisplasia del prematuro, sono di fatto malattie rare», spiega Agosti. «Il numero limitato di pazienti riduce l’interesse economico per la ricerca e procedure regolatorie troppo rigide possono rendere ancora più difficile lo sviluppo di nuove cure».
Alle difficoltà strutturali si aggiunge la carenza di personale. Neonatologia e terapia intensiva neonatale richiedono professionisti altamente specializzati, ma in molte realtà reclutare medici e infermieri è sempre più difficile. La pressione assistenziale è elevata e il rischio di burnout cresce in un settore nel quale ogni decisione può essere decisiva.
Le sfide future non mancano. Oggi la maggior parte dei decessi neonatali è legata alla prematurità estrema, alle gravi malformazioni congenite, alle complicanze della gravidanza e al basso peso alla nascita. Inoltre l’aumento dell’età materna e il crescente ricorso alla procreazione medicalmente assistita stanno determinando un maggior numero di gravidanze complesse e di parti prematuri.
Nonostante tutto, la neonatologia continua a rappresentare una delle eccellenze del Servizio sanitario nazionale. Una disciplina nella quale tecnologia, organizzazione e competenze professionali si intrecciano per proteggere la vita nel suo momento più fragile. Ma il messaggio lanciato dal Forum del Ministero è chiaro: i successi raggiunti non sono irreversibili. E per continuare a salvare i più piccoli serviranno investimenti, ricerca e una rete assistenziale più forte e meno frammentata.
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