Si beve meno e l’export precipita, ma il Made in Italy continua a conquistare gli americani. Nonostante i dazi. Mentre le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti vanno in picchiata nel primo trimestre del 2026 (-38% per il vino, -55% per gli spirits e -35% per gli aceti), il brand Made in Italy continua a godere di una reputazione solidissima tra i consumatori americani. È quanto emerge dalla ricerca Nomisma realizzata per Federvini su 1.200 consumatori statunitensi. Il 59% degli intervistati considera infatti i prodotti agroalimentari italiani i migliori tra quelli di provenienza estera, mentre il 39% assegna alle bevande alcoliche italiane il primato in termini di qualità percepita.

Un dato particolarmente significativo riguarda la tenuta della domanda nonostante i rincari legati ai dazi. Oltre il 90% dei consumatori continua, infatti, ad acquistare prodotti italiani e solo una quota compresa tra l’8% e il 9% dichiara di averli sostituiti con alternative provenienti da altri Paesi. Anche di fronte all’ipotesi di un aumento dei prezzi del 20%, una parte rilevante degli intervistati afferma che non modificherebbe le proprie abitudini di acquisto.

Il rallentamento delle esportazioni non sembra dunque derivare da una perdita di appeal del Made in Italy, che continua a essere associato a qualità e affidabilità, ma piuttosto dalle tensioni commerciali, dai dazi e dall’incertezza geopolitica che stanno condizionando il commercio internazionale.
È questo il quadro emerso dall’Assemblea generale di Federvini, riunita il 10 giugno a Roma, dove il presidente Giacomo Ponti ha richiamato le difficoltà affrontate dal comparto nell’ultimo anno. «Prima i dazi reciproci, poi la loro sospensione e infine l’attuale regime al 10% in vigore fino al 24 luglio. Le nostre imprese hanno dimostrato una capacità di adattamento straordinaria. Ora è fondamentale che la ratifica dell’accordo tra Unione Europea e Stati Uniti si concluda rapidamente», ha dichiarato Ponti.
Secondo Federvini, il settore di vini, spiriti e aceti si trova oggi ad affrontare una fase particolarmente complessa, segnata da conflitti, tensioni commerciali e ridefinizione delle rotte internazionali. Uno scenario che ha determinato un rallentamento delle esportazioni per tutti i principali Paesi produttori e verso quasi tutti i mercati mondiali.
Per contro, oggi più che mai emerge la necessità di diversificare le esportazioni, valorizzando quei mercati emergenti che fino a qualche anno fa sembravano un miraggio inarrivabile ma che oggi rappresentano una chance reale. I numeri sono ancora piccoli, ma dopo il Covid si è registrato un vero boom. Stiamo parlando di mercati come Kazakistan, Romania, Colombia, Thailandia, Perù (dove c’è stato parallelamente anche un exploit della cucina), Corea del Sud e altri.


Il mercato interno regge
Sul fronte domestico, i dati della grande distribuzione mostrano una sostanziale tenuta dei consumi. Nel primo trimestre del 2026 il vino ha registrato una flessione dell’1% nei volumi ma una crescita del 2,2% nel valore. A trainare il comparto continuano a essere gli spumanti, in aumento dell’8,7%, confermando un trend positivo che dura da oltre cinque anni.
Tra i vini fermi e frizzanti le vendite sono diminuite del 2,4% a volume, mentre crescono i vini Dop e arretrano le etichette generiche e Igp. Tra le bollicine spicca il Metodo Classico, che mette a segno un incremento del 25% nei volumi. Crescono anche gli spumanti Charmat, sia dolci (+7,1%) sia secchi (+7,7%).
Più vivace il comparto degli spirits, che rimbalza dopo le difficoltà del 2025 con un aumento del 2,9% nei volumi e del 2,7% nel valore. A guidare la crescita sono soprattutto gli aperitivi alcolici (+6,4%), in particolare i sodati (+9,3%). Tra i distillati si distinguono Cognac (+12%), Gin (+10%) e Vodka (+9%), mentre la Grappa continua a soffrire con un ulteriore calo del 5% dopo il -7% registrato nel 2025.
Segno positivo anche per gli aceti, che crescono del 2,4% a valore e dell’1% a volume. Continua a brillare l’aceto di mele (+10%), mentre l’Aceto Balsamico di Modena Igp sale del 2%.

Export, frenata globale
Sul fronte internazionale la situazione resta più difficile. Nel primo trimestre del 2026 le importazioni di vino sui dodici principali mercati mondiali sono diminuite del 17,1% come valore. Gli Stati Uniti registrano il calo più marcato (-38,9%), seguiti da Cina (-10,6%) e Canada (-10,5%).
Nessuno dei grandi esportatori mondiali riesce a chiudere il trimestre in crescita: la Francia perde il 4,3%, Australia e Nuova Zelanda il 16%, mentre l’Italia arretra del 13% nel primo bimestre, pur facendo meglio della media del mercato.
Tra le poche eccezioni positive figurano Canada (+5%), Francia (+3%) e Giappone (+22%), dove i vini italiani continuano a guadagnare quote. Bene anche l’Australia (+2%), seppur con una crescita inferiore a quella del mercato locale.
Diverso il quadro per gli spirits italiani, che nel primo bimestre registrano un aumento delle esportazioni del 6%, sostenuto soprattutto da Spagna (+13%), Francia (+37%) e Canada (+4%). La performance italiana risulta in linea con quella di Stati Uniti (+5%) e Germania (+6%), mentre la Francia accusa una contrazione del 13%.
Per quanto riguarda gli aceti, crescono gli acquisti in Corea del Sud (+36%) e Australia (+12%), ma nel complesso l’export italiano del comparto arretra dell’11%, in un contesto nel quale nessun concorrente internazionale riesce a mettere a segno risultati positivi.
Il nodo Stati Uniti, export in perdita al di là delle scorte


Particolarmente significativo il caso americano. Per evitare l’effetto distorsivo generato dalle scorte accumulate nel primo trimestre del 2025 in previsione dei dazi annunciati dall’amministrazione Trump, Nomisma ha confrontato il primo trimestre 2026 con lo stesso periodo del 2024.
Anche depurando i dati da quell’effetto straordinario, il risultato resta negativo: le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti segnano un calo del 28% per il vino, del 35% per gli spirits e del 18% per gli aceti. A incidere sono sia la svalutazione del dollaro rispetto all’euro (-6% nel confronto tra i due periodi) sia un generale rallentamento dei consumi sul mercato americano.
Eppure, nonostante tutto, il legame tra consumatori statunitensi e prodotti italiani resta fortissimo. Per il 47% degli intervistati il vino italiano rappresenta il punto di riferimento in termini di qualità, percentuale che sale al 48% per gli spirits e al 42% per l’Aceto Balsamico di Modena Igp. Un patrimonio di reputazione che, almeno per ora, sembra resistere anche ai dazi e alle turbolenze geopolitiche.
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