WASHINGTON. Per il suo ottantesimo compleanno, Donald Trump si attendeva due regali questa domenica: nel giardino sud della Casa Bianca, un incontro di arti marziali miste dell’Ultimate Fighting Championship e, all’estero, la firma digitale di un memorandum di pace con l’Iran.
Tuttavia, il nuovo attacco israeliano sul quartiere di Dahiyeh a Beirut – dopo che i colpi di Hezbollah avevano oltrepassato il confine nord d’Israele – rischia di mettere in serio dubbio la firma, non solo per oggi, ma anche per i prossimi giorni.
L’esercito israeliano avrebbe informato il Comando Centrale degli Stati Uniti poco prima dell’attacco a Beirut. Non è chiaro se la Casa Bianca abbia dato il via libera all’operazione oppure no.
Nonostante il bombardamento, Trump ha reiterato ad Axios che la firma del memorandum con l’Iran è ancora prevista per oggi.
La firma
«Avremmo dovuto firmare l’accordo questa mattina, ma l’attacco israeliano a Beirut ha causato un ritardo. Credo che la firma avverrà comunque più tardi oggi, tra qualche ora. Tuttavia, l’attacco israeliano ha scombussolato i piani».
Non è chiaro se Trump abbia ricevuto rassicurazioni dirette da Teheran sul fatto che la firma proceda secondo i piani. L’agenzia di stampa Fars, citando una fonte «vicina» al team negoziale iraniano, riferisce che l’intesa in via di definizione tra Stati Uniti e Iran non è ancora stato finalizzata e che «nulla sarà sicuramente firmato nei tempi annunciati da Trump».
In tutto ciò, i preparativi per la storica notte proseguono nella residenza presidenziale, mentre i giornalisti sono tenuti a distanza dalla West Wing per dare spazio ai lottatori. Trump, fino a questa sera, non ha eventi pubblici in programma.
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Ciononostante, al di là delle parole di The Donald, gli stessi funzionari americani riconoscono che le tempistiche della firma restino molto fluide. Pubblicamente il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che gli Stati Uniti e l’Iran sono ancora sulla buona strada per firmare un memorandum d’intesa volto a riaprire lo Stretto di Hormuz al traffico merci e a revocare il blocco statunitense sui porti iraniani. «Per quanto ne so, siamo sulla strada giusta. Non è una questione di “se”, ma di “quando”», ha affermato Hegseth durante il programma “Face the Nation” della CBS.
Hegseth non prevede che l’attacco a Beirut comprometta i negoziati e ha definito “molto misurata” la risposta di Israele.
Tuttavia, ha attribuito la responsabilità a Teheran: «Se l’Iran vuole che l’intesa regga, deve frenare Hezbollah».
Frustrazione
Nel frattempo, questa domenica, lo stesso leader americano ha espresso tutta la sua frustrazione per la situazione attuale, sostenendo che l’attacco a Beirut non avrebbe dovuto verificarsi e non nascondendo il proprio disaccordo con la decisione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di colpire.
«Mi hanno chiamato dicendo: “Signore, Israele sta attaccando a Beirut” — un’ora prima che dovessimo firmare l’accordo. Non riuscivo a credere che stesse accadendo. È una cosa gravissima».
Ad Axios – usando un’espressione volgare – Trump ha detto che il leader israeliano è privo di buon senso ed è “furioso” per il fatto che Israele abbia lanciato attacchi proprio mentre il suo team si appresta a firmare una bozza di pace.
“Perché Bibi doveva fare quel c*** di attacco? Ero arrabbiatissimo. Gliel’ho detto. Non ha un c*** di buon senso. Gliel’ho detto”, ha affermato il presidente.
Nel frattempo, Fox News ha citato un diplomatico non identificato coinvolto nei negoziati, secondo il quale gli attacchi israeliani sarebbero un tentativo di sabotare gli sforzi diplomatici.
Asse solido
La Casa Bianca rifiuta tale ipotesi, continuando a sostenere che il suo asse con Israele sia solido e che Trump e Benjamin Netanyahu siano sulla stessa linea d’onda, nonostante le accese chiamate e una netta divergenza su quale sia l’obiettivo finale per i due.
Trump, di fatto, privilegia un rapido accordo diplomatico per limitare l’arricchimento dell’uranio e riaprire lo Stretto di Hormuz al fine di ridurre i prezzi del carburante negli Stati Uniti; Netanyahu esige una vittoria militare totale volta a smantellare definitivamente tutti i siti nucleari iraniani.
La differenza tra i due è anche politica: Trump è sottoposto a forti pressioni legate alle elezioni di metà mandato al Congresso affinché il conflitto si concluda in tempi brevi, mentre la strategia di Netanyahu punta a distruggere definitivamente le proxy iraniane in Medio Oriente, soprattutto Hezbollah, per garantire la propria sopravvivenza politica a lungo termine.
Se un memorandum venisse firmato, mancherebbero ancora 60 giorni di negoziati per arrivare a un accordo finale, in particolare sulla questione del programma nucleare iraniano e sulle scorte d’uranio arricchito in possesso del regime degli ayatollah.
Da parte sua, l’ex presidente Barack Obama ha affermato alla ABC News, in un’intervista che andrà in onda integralmente mercoledì, che è “improbabile” che un eventuale intesa risulti “significativamente diversa” o “migliore” rispetto al Piano d’azione congiunto globale (JCPOA) — l’accordo promosso proprio da lui — siglato nel 2015. Obama ha esortato la Casa Bianca a non avere fretta e «prendersi il tempo per esplorare la via diplomatica ed esaurire le possibilità di raggiungere accordi che, pur non risolvendo il problema al 100%, ne risolvano l’80 o il 90%, evitando così la necessità di ricorrere alla guerra».
«Si potrebbe pensare che ormai avremmo dovuto imparare la lezione, eppure sembra che, di tanto in tanto, ci tocchi impararla di nuovo», ha aggiunto.
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