Un Donald da manuale si è vendicato del tradimento di Giorgia. Sorprendendola e innescando una velenosa controversia verbale, sulla quale egli marcia gioiosamente. Nell’insultare senza contraddittorio si muove sul suo terreno favorito. Come tutto per Trump, l’insulto è alla persona. Non all’Italia. Questo non toglie che, oltre al problema Donald-Giorgia, esista anche un separato problema Usa-Italia, legato principalmente alla nostra insufficiente spesa per la difesa. In vista del vertice Nato il Pentagono sta facendo le pulci al nostro 2% di Pil contabile. Ci sono inoltre le latenti tensioni commerciali (dazi) e strategiche (Iran, Ucraina) comuni a quasi tutta l’Europa. Per non cadere nella trappola trumpiana che riduce la politica estera a rapporti personali, le due dimensioni, personale e politica, vanno tenute distinte. La sindrome “insulto all’Italia” porta a rifugiarsi nei panni della parte offesa, per giocare la partita con Washington sugli inviti a Mar-a-Lago (tramontati) anziché sulla Nato, sulle basi militari americane Italia, su commercio e tecnologia, su Ucraina e Medio Oriente – tutte questioni su cui Roma ha voce in capitolo, è ancora utile agli americani, ha posizioni e interessi da difendere.
In poche ore Trump e Meloni si sono scambiati le sprezzanti offensive del primo e la sdegnosa risposta della seconda. Lo scontro, voluto dal Presidente americano – l’intervista La7 non sarà avvenuta per caso – è personale ma diventa inevitabilmente uno scontro tra i due governi dei quali sono rispettivamente a capo. Sul versante americano non c’è verso per smarcarsi dal Presidente, pena di perdere il posto. In questo momento i rapporti fra i due governi, alleati di lunghissima data, sono pertanto precipitati in uno stato d’incomunicabilità degno dell’Eclisse di Michelangelo Antonioni. Non ci sono precedenti paragonabili dal dopoguerra ad oggi, non Sigonella (1983), non Cermis (1998). La ricucitura sarà difficile. Non ci saranno mai scuse da parte di Trump, neanche indirette da qualcuno dei suoi. Meglio non pensarci e tirare avanti con gli appuntamenti multilaterali dei prossimi mesi, Nato ad Ankara in luglio, Onu in settembre, G20 a Miami in dicembre. Il dialogo bilaterale Meloni-Trump è temporaneamente interrotto. Non quello a livello di ministri, Esteri, Difesa, Economia, ma col buon senso di essere settoriale. Il “reset” deve aspettare un cambiamento d’aria. Che, con Trump, può anche essere improvviso. Ma non pianificato.
La reazione della premier è comprensibile. Giorgia Meloni doveva dire, più o meno, le cose che ha detto. Lo confermano l’immediata solidarietà del Presidente della Repubblica e il coro delle forze politiche italiane. Diniego netto, posizione ferma. Dopo di che alla Presidente del Consiglio non resta che una via, molto più facile a dirsi che a farsi. Non parlarne più, o il meno possibile – gli sia risparmiato se possibile un dibattito in Parlamento – e far finta di niente. Per un semplice non portare acqua al mulino di Trump che in queste situazioni non chiede di meglio che lo spunto per tornare alla carica. E dimenticare l’insulto all’Italia. Perché non c’è stato e perché sarebbe controproducente girare il coltello nella piaga. Controproducente come la reazione pavloviana dell’Italia di trattare casi internazionali, senz’altro gravi e seri, come i marò con l’India, l’estradizione di Cesare Battisti dal Brasile, le torture e la morte di Giulio Regeni al Cairo, come offese all’orgoglio nazionale. Chi scrive li ha anche vissuti professionalmente e non intende assolutamente sminuirli o suggerire che non vadano affrontati con fermezza e durezza di misure ritorsive, se/quando efficaci. Ma la parte avversa non intende arrecare offesa all’Italia. Semplicemente ha interessi contrapposti ai nostri. E come tali vanno da parte nostra contrastati.
Il caso Trump-Meloni investe direttamente il capo del governo italiano. La reazione “insulto all’Italia” non mette in conto il fattore fondamentale: Donald Trump. Il quale non ragiona in termini di politica estera, di alleati e nemici, come giustamente gli ha controbattuto la premier. Per Trump Meloni era un’amica che si è resa responsabile di tradimento per le posizioni prese su Papa Leone XIV e sull’Iran. Chiedeva vendetta. Il clima creatosi al G7 gliene offriva il destro. Con tempismo perfetto – Meloni in pieno Consiglio europeo – l’ha afferrato.
La nostra premier è in buona compagnia. Quale insulto peggiore di quello fatto a Mark Carney: «Vi vorrei annettere»? Cosa doveva fare o dire il premier canadese? No grazie, e ha tirato avanti. Ma, soprattutto, il Presidente Usa ha fatto della “retribution”, pan per focaccia, specie contro ex-collaboratori come John Bolton, magistrati di processi subiti, grandi funzionari come James Comey ex-Fbi, quei rari repubblicani che hanno osato votare contro di lui in Congresso, una dottrina ferrea della seconda amministrazione. Ma viene da più lontano. «Il vero potere è terrore» disse già nel 2016, in campagna elettorale. Chiesi recentemente ad un alto esponente dell’amministrazione Obama come mai tanti politici democratici tacciono. «Hanno paura», mi rispose. Per incutere terrore bisogna vendicarsi. La storia dell’attacco di Donald Trump a Giorgia Meloni è tutta lì. Donald voleva ferire Giorgia. C’è riuscito. Il resto, Iran, Ucraina, spesa italiana per la difesa, alleanza, simpatie Maga, è contorno. L’Italia? Al massimo un “danno collaterale”. Che, del resto, a Donald interessa molto poco. A meno che non ci sia da farci soldi per lui e i suoi cari, chiedere agli albanesi della riserva naturale di Vjosa-Narta sull’altra sponda dell’Adriatico.
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