In difesa di una scuola efficace e inclusiva

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Dasempre, una delle grandi sfide della scuola italiana è quella di essere insieme efficace e inclusiva: garantire, da un lato, che gli studenti e le studentesse sviluppino nuove competenze, anche emulando le esperienze delle singole scuole di maggior successo; assicurare, dall’altro, che nessuno studente sia escluso da questo progresso.

È il tema che Nathania Zevi affronta in un intervento su La Stampa del 18 giugno. La tesi è netta: osserva che molte scuole, pur di eccellere nelle classifiche di Eduscopio.it, preferiscono allontanare i ragazzi più fragili dal punto di vista scolastico, conducendo al termine del percorso solo i migliori, che permettono di ottenere punteggi finali più elevati. Eduscopio.it, lo ricordiamo, è il portale pubblico della Fondazione Agnelli che da anni permette alle famiglie e agli studenti in procinto di iscriversi alla secondaria di II grado di confrontare, indirizzo per indirizzo, l’efficacia di ciascuna scuola a partire dagli esiti universitari e lavorativi dei suoi diplomati.

Se Zevi avesse ragione, la scuola italiana avrebbe perso la battaglia dell’inclusività, con una doppia responsabilità. Degli istituti scolastici, perché adotterebbero comportamenti opportunistici e pedagogicamente censurabili, selezionando gli studenti, attraverso la bocciatura dei più scarsi oppure forzandoli a lasciare la scuola, pur di migliorare la loro reputazione. Di Eduscopio, perché proporrebbe un metodo di confronto fra le scuole che ingiustamente premia quelle più selettive.

Ma non c’è evidenza che le cose stiano così. Sulla critica alle scuole, ricordo innanzitutto che una selezione degli iscritti al primo anno, basata sul merito, è giustamente vietata. Per quanto riguarda, invece, una selezione nel corso degli anni per fare sì che – volontariamente o a seguito di pressioni – gli studenti lascino la scuola, sarebbe necessario andare oltre l’aneddotica, portando prove più solide di una diffusione sistematica del fenomeno, per di più con il preciso scopo di «scalare le classifiche di Eduscopio». Semmai, il declino della popolazione studentesca porta le scuole a tenere alto il numero dei propri studenti, per evitare riduzioni delle sezioni o addirittura ridimensionamenti degli istituti.

Alla seconda critica – quella a Eduscopio – si può dare una risposta basata sui dati dello stesso portale, che contraddice la tesi dell’articolo. Dal 2018 Eduscopio pubblica per ciascuna scuola l’indicatore “Percentuale di diplomati in regola”, di cui è fornita un’ampia documentazione sul sito. È un indicatore importante, perché ci dice per ogni scuola quanti studenti iscritti al primo anno hanno raggiunto – senza bocciature e senza abbandonare la scuola, volontariamente o forzatamente – il diploma cinque anni dopo. Se, ad esempio, di 100 studenti iscritti all’inizio del primo anno al termine dei cinque anni ne sono rimasti 80, vuol dire che 20 di questi studenti hanno lasciato la scuola oppure sono stati bocciati, mentre gli altri hanno avuto un percorso regolare. Più alta è la percentuale, più la scuola è “inclusiva”, riuscendo a portare avanti con regolarità il maggior numero di studenti. Più bassa è, più “selettiva” è la scuola, con maggior frequenza bocciature, cambi di istituto o di indirizzo di studi.

Ebbene, i dati di Eduscopio ci dicono che non c’è alcuna relazione positiva fra le politiche selettive di una scuola e la qualità degli esiti universitari dei suoi diplomati. Anzi, di anno in anno, troviamo conferma che in media sono proprio gli studenti delle scuole che meno selezionano a ottenere poi i risultati migliori all’Università. Se anche le scuole adottassero diffusamente pratiche selettive, farebbero una scelta controproducente.

A me pare una buona notizia: efficacia e inclusività possono andare a braccetto. Anzi, spesso è proprio così.

* Direttore della Fondazione Agnelli

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