Tensione con gli Usa: resta aperto il fronte della Difesa

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Il legame con Washington «è profondo e solidissimo» e «non dipende dai governi», ma i toni di Donald Trump restano «difficili da capire. Non c’è nulla che possa essere imputato all’Italia».Nelle ore in cui lo scontro con la Casa Bianca minaccia ricadute sul Made in Italy e sul gas liquefatto esportato dagli Usa, il dossier Difesa si conferma uno dei principali terreni di frizione tra Italia e Stati Uniti, anche in vista del vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio.

A riportare il confronto su un piano istituzionale è il ministro della Difesa Guido Crosetto, che prova a smorzare le tensioni senza nascondere la sorpresa per le accuse di Trump: «L’atteggiamento di questi giorni non l’ho capito anche perché mi sembrava che non ci fosse alcun problema nei rapporti con l’Italia». Il ministro, ai microfoni de Il Caffè della domenica su Radio 24, prosegue: «I rapporti che ho con gli Stati Uniti, anche in queste ore, sono sempre assolutamente normali e non sono cambiati», compresi quelli «con l’ambasciatore americano in Italia con cui i rapporti sono ottimi». La cautela di Crosetto riflette un cambio di clima che a Roma viene percepito come improvviso. Solo pochi giorni fa, nell’incontro al Pentagono con il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il tono americano era stato ben diverso, con parole di apprezzamento per il ruolo italiano.

Washington aveva sottolineato il contributo di Roma anche in termini di presenza sul territorio: in Italia sono dislocati nelle basi circa 30 mila cittadini americani tra militari, personale civile e familiari, un dispositivo che rappresenta uno dei pilastri della presenza statunitense nel Mediterraneo. Proprio su questo fronte, però, aleggia ora l’ipotesi di una revisione, con possibili riduzioni del contingente che rientrano nella più ampia strategia americana di ridefinizione della presenza in Europa.

Parole e scenari che si scontrano con una lista di dossier aperti sempre più ampia. A partire proprio dall’uso delle basi militari, uno dei punti su cui Washington ha alzato il tono dopo il mancato via libera italiano in occasione delle operazioni legate alla crisi con l’Iran. Crosetto rivendica la correttezza della posizione italiana: «Noi abbiamo rispettato integralmente i trattati». Nessun passo indietro, dunque, sul rispetto delle regole e sulla linea già adottata nel caso di Sigonella, dove l’Italia ha scelto di non autorizzare operazioni che avrebbero implicato un coinvolgimento diretto in un teatro di guerra.

Il tema delle basi si intreccia con quello, ancora più sensibile, della spesa militare, su cui la pressione americana si inserisce nel ridisegno della Nato. Tra i nodi sul tavolo c’è anche la mancata partecipazione da parte di Roma al Purl, il programma che prevede l’acquisto di armi a stelle e strisce destinate all’Ucraina da parte dei Paesi europei.

Crosetto ricorda che l’impegno generale sugli investimenti è già stato assunto, ma ribadisce che l’obiettivo di arrivare al target del 5% è entro il 2035. Un percorso graduale che lascia spazio anche a una verifica politica.

Sul piano interno, a fissare i numeri è stata nei giorni scorsi la presidente Meloni ricordando che Roma si presenterà al vertice Nato con il 2,8% del Pil investito in difesa e sicurezza. Un livello che incorpora un aumento dello 0,7%, garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio.

È qui che il confronto con gli Stati Uniti si salda con le tensioni politiche interne. Perché mentre la Casa Bianca insiste su basi e budget, a Roma resta aperto il nodo delle risorse da destinare alla Difesa e, soprattutto, della partecipazione italiana agli strumenti europei. Il programma Safe, ovvero i prestiti Ue per sostenere gli investimenti militari, che l’Italia non ha ancora richiesto formalmente. Rimane quindi sul tavolo una decisione delicata, che spetta al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di concerto con Palazzo Chigi. Già nelle scorse settimane Crosetto aveva sollecitato una scelta, sottolineando la necessità di dare certezze alle aziende del comparto per la chiusura dei contratti. Ma indicazioni definitive non sono arrivate: segno di una riflessione ancora in corso nel governo, anche sull’entità dell’eventuale richiesta – che sarà inferiore ai 15 miliardi potenzialmente utilizzabili – in una forchetta tra i 5 e i 7 miliardi.

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Un’incertezza che riflette le diverse sensibilità nella maggioranza: da un lato il ministro della Difesa spinge per accelerare sugli investimenti e rafforzare la filiera industriale; dall’altro il titolare dell’Economia frena, stretto tra vincoli di finanza pubblica e le posizioni della Lega. Un equilibrio che Crosetto prova a ricondurre a normalità istituzionale: «Il mio rapporto con Giorgetti è fantastico, sincero, amichevole. Ognuno fa il suo lavoro ma scontri non sono mai esistiti».

In questo quadro, il confronto con Washington finisce per amplificare le tensioni. La partita si giocherà nelle prossime settimane. Al vertice Nato di Ankara, Meloni e Trump torneranno a incontrarsi dopo le tensioni di questi giorni. Quello sarà il banco di prova più concreto della tenuta del rapporto transatlantico e della capacità del governo italiano di tenere insieme vincoli esterni e equilibri interni.

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