Netanyahu, Trump e il prezzo di Beirut

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Ieri a Bürgenstock, in Svizzera, il vicepresidente americano Vance si è seduto nella stessa stanza dei negoziatori iraniani. Fuori dalla sala, dove la guerra si combatte, Israele continuava a occupare un quinto del territorio libanese e il ministro della difesa Katz dichiarava che le forze israeliane sono libere di eliminare qualsiasi minaccia senza restrizioni e che non si ritireranno dalla zona di sicurezza nel Sud del Libano. Dentro la sala, dove la guerra si discute, il primo punto all’ordine del giorno era il Libano.

È la fotografia più precisa di questa guerra: un Paese che non era presente al tavolo dei negoziati, che non ha firmato nulla, che non riconosce l’accordo come vincolante per sé, che occupa il territorio su cui si gioca quell’accordo, ed è da quel Paese, il Libano, che dipende tutto il resto. Il memorandum d’intesa firmato mercoledì da Washington e Teheran dichiara come prima delle sue quattordici clausole la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano, con l’impegno a garantire l’integrità territoriale e la sovranità libanese.

Senza il ritiro israeliano quella clausola non esiste.

Senza quella clausola l’Iran richiude Hormuz.

Senza Hormuz i mercati crollano e l’accordo con Teheran che Trump vuole intestarsi come il trofeo del suo secondo mandato diventa carta straccia. I

l Libano è il punto in cui tutte le equazioni di questa guerra si stringono insieme, e il Libano non era al tavolo di Bürgenstock.

Questa non è una contraddizione nata per caso. È la struttura stessa della trattativa, costruita deliberatamente attorno all’assenza di Israele, perché includerlo avrebbe significato darle un veto su qualsiasi accordo.

Washington e Teheran hanno scelto di firmare senza Israele, scaricando su Trump la responsabilità di tradurre quella firma in comportamento israeliano concreto. È una responsabilità che Trump ha accettato implicitamente ogni volta che ha detto di aspettarsi un cessate il fuoco completo su tutti i fronti, incluso il Libano. Ed è una responsabilità che Israele ha già dimostrato di non riconoscere.

Per l’Iran il Libano è la leva con cui tiene in mano l’intero negoziato, e la logica è lineare fino alla brutalità. Hezbollah è il principale alleato regionale di Teheran, la forza attraverso cui l’Iran proietta potere nel Mediterraneo orientale senza dispiegare truppe proprie. Ma c’è una dimensione ancora più immediata: Hormuz. Ogni volta che Israele ha continuato a bombardare il Libano ignorando una tregua dichiarata, l’Iran ha richiuso lo stretto, i mercati hanno reagito, i prezzi del petrolio sono risaliti e Washington è tornata al tavolo con meno potere contrattuale. Sabato è accaduto di nuovo: raid israeliani nonostante il cessate il fuoco, Iran che annuncia la richiusura dello stretto, Vance che parte per la Svizzera. La sequenza si ripete con una meccanica talmente precisa da escludere l’improvvisazione: è una strategia, e il Libano è la clausola che la attiva ogni volta che serve.

Per gli Stati Uniti il Libano è il costo dell’accordo con l’Iran, e Trump lo sa con una chiarezza che le sue dichiarazioni pubbliche rivelano in modo involontario. Al G7 in Francia aveva detto che Israele combatte Hezbollah da troppo tempo, che troppe persone vengono uccise, che non si abbatte un condominio ogni volta che si cerca qualcuno. Il giorno dopo aveva chiamato Netanyahu un «primo ministro guerriero» di cui bisogna dare credito. Quella oscillazione – la critica dura seguita dalla riabilitazione immediata – disegna il perimetro reale della politica americana sul Libano: abbastanza pressione da tenere vivo il negoziato con Teheran, abbastanza indulgenza da non rompere con Tel Aviv. È un equilibrio che Vance ha tradotto nel suo avvertimento ai ministri israeliani che attaccano l’accordo con l’Iran: Trump è l’unico capo di Stato al mondo ancora dalla parte di Israele, e farebbero bene a capire la situazione in cui si trovano. È una minaccia, ma è anche una confessione: se l’unico argomento disponibile è la solitudine di Israele nel mondo, significa che la pressione reale è ancora molto al di sotto di quello che servirebbe per cambiare il comportamento israeliano in Libano.

Netanyahu opera in uno spazio politico interno che spinge nella direzione opposta rispetto a qualsiasi moderazione. La guerra in Libano è popolare in Israele con percentuali che non lasciano margini di ambiguità: un sondaggio di aprile dell’Università Ebraica di Gerusalemme ha rilevato che l’ottanta per cento degli israeliani è favorevole a continuarla anche a costo di attrito con Washington, e che una chiara maggioranza si oppone all’accordo con l’Iran. Netanyahu deve andare alle elezioni entro ottobre, deve farlo mentre è ancora sotto processo per corruzione, deve farlo portando in dote una narrativa di vittoria che la guerra in Libano alimenta e che qualsiasi ritiro rischierebbe di sgretolare.

Ben Gvir ha detto che Israele è uno Stato sovrano che non può accettare l’esistenza di Hezbollah ai propri confini. Lapid, dall’opposizione, ha detto che Netanyahu si trova di fronte a una scelta tra il confronto con il principale alleato e la resa degli interessi israeliani. Destra e sinistra israeliana convergono sul Libano: la guerra deve continuare. Netanyahu usa questo consenso trasversale come scudo ogni volta che Washington aumenta la pressione, sapendo che Trump ha bisogno di lui almeno quanto lui ha bisogno di Trump.

Il memorandum stabilisce meccanismi di monitoraggio dell’attuazione ma non dice nulla su come garantire la conformità se Israele decide di non rispettarne le clausole. Quella lacuna non è un errore tecnico, è la traduzione giuridica dell’impotenza americana: Washington ha firmato un accordo che impegna un Paese che non controlla, su un territorio che quel Paese occupa e dichiara di voler continuare a occupare.

Trump ha detto che l’Iran deve fermare i suoi alleati in Libano.

Katz ha detto che i soldati israeliani sono liberi di agire senza restrizioni.

Entrambi hanno torto rispetto all’accordo, entrambi hanno ragione rispetto alla propria agenda, e in mezzo c’è il Libano con i suoi morti e il suo esercito che si ritira davanti all’avanzata israeliana sul proprio territorio.

Il paradosso che governa tutto è questo: il Libano è al centro dell’accordo come condizione e come test, ma è completamente assente come soggetto. Non è una parte, non è un interlocutore, non è nemmeno un problema da risolvere in quanto tale. È il territorio su cui si misura la capacità americana di controllare Israele, e quindi la credibilità dell’accordo con l’Iran, e quindi il prezzo del petrolio, e quindi i mercati globali, e quindi le elezioni di midterm americane.

Il destino del Libano passa attraverso questa catena di equivalenze, e in nessun anello di quella catena compare il nome di un libanese. Dal 2 marzo più di quattromila persone sono morte in Libano. Un milione hanno lasciato le proprie case. Venerdì Rubio ha chiamato Aoun e ha riaffermato il pieno sostegno americano al Libano, definendo i negoziati bilaterali con Israele «l’unico percorso praticabile verso la ricostruzione». Aoun ha ringraziato e ha chiesto un cessate il fuoco comprensivo come condizione fondamentale per andare avanti. Nel pomeriggio dello stesso giorno, ore dopo che un cessate il fuoco era stato dichiarato, almeno dodici raid aerei israeliani e un intenso fuoco di artiglieria hanno continuato a colpire il Libano meridionale. Un drone israeliano ha ucciso due persone in moto nel Sud del Paese. Il pieno sostegno americano al Libano e i bombardamenti israeliani sul Libano esistono nello stesso pomeriggio, nella stessa notizia, senza che nessuno dei due annulli l’altro. Questa coesistenza, più che una contraddizione, è la descrizione esatta di cosa vale, in questo momento, la parola garanzia.

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