Mi affascina sapere che sto scrivendo per voi con un anticipo di due o tre settimane, e che mi leggerete in differita. Non che prima ne fossi ignara, è un pensiero condiviso. La scrittura travalica tempo e spazio, è stato parafrasato e ripetuto all’infinito. Forse questo sentimento di estraneità è dovuto all’identità della rubrica. Ogni articolo è profondamente influenzato da un passato prossimo che oggi è ancora futuro imprevedibile.
Non so cosa penserò o dove sarò quando questo articolo verrà pubblicato, irraggiungibile. I miei quaderni con la copertina nera come l’inchiostro della Bic, che mi accompagnano ovunque vada.
La scrittura e l’oggetto del suo racconto, della scansione del tempo e della definizione dello spazio, può farne a meno. “Dove mi trovo” di Jhumpa Lahiri è un romanzo sospeso, in cui lo spazio fisico viene plasmato dallo sguardo di una donna che si muove e agisce in una città italiana senza nome. Seppur si relazioni con altri esseri umani, appaiono per lo più come presenze, quasi dei fantasmi. Si aggirano e aleggiano attorno a lei senza mai intaccare la sua solitudine volontaria, che scandisce l’andamento narrativo del romanzo.
Del passato della narratrice sappiamo il poco che sceglie di rivelarci, e i suoi stati d’animo emergono dalle trasparenze che sfuggono, dalle cene in trattoria e dai panini in gastronomia, le camere d’albergo, i viaggi in treno, le vie svuotate dall’arsura d’agosto e la contemplazione del mare. Il suo sguardo crea lo spazio, lo spazio crea e riconosce lei al tempo stesso.
Ciò che più suscita la mia ammirazione, però, è stato il processo con cui è stato dato alla luce. L’autrice, di madrelingua bengalese e inglese, trasferitasi in Italia nel 2012 è già pubblicata in inglese, lo ha scritto in italiano. Scoprirlo non solo ha consolidato il legame istintivo che ho provato nei confronti della storia in sé, ma mi ha folgorata nell’atto d’artigianato.
Io, madrelingua italiana, vivo in una nazione anglofona. Ogni volta che parlo in inglese, ad alta voce o nei miei incessanti dialoghi interiori, sento delle redini, mi si imbrigliano i pensieri. In inglese comunico, mi faccio capire e capisco, ma il mio lessico è nettamente più povero rispetto all’italiano.
È normale, credo, mi sono trasferita da poco. Ma sarò mai in grado di scrivere in una lingua che non è la mia, articolando e stratificando i miei pensieri in maniera più complessa? Un vocabolario ridotto priva, volenti o nolenti, di complessità. Pensare in italiano traducendo simultaneamente la lingua parlata in inglese, è sfibrante, richiede abilità, le lingue hanno due diverse grammatiche e immaginari, ti rendono una persona in parte diversa.
“Dove mi trovo” è stato pubblicato in inglese con il titolo “Whereabouts”, e Lahiri si è tradotta da sé. Trapiantare la propria lingua letteraria in un altrove, riportarla alla sua culla.
Ho letto entrambe le versioni in contemporanea, coi libri affiancati. Cosa succede al pensiero quando la sua espressione si sdoppia? Assume sfumature diverse nonostante sia l’autrice stessa a veicolarlo in traduzione? Ne esiste uno più vero dell’altro?
L’italiano di Lahiri è netto, tagliente ma morbido. Respinge, al tempo stesso accoglie. Lago calmo, poi fiume che in inglese sfocia nel mare. Scindibili ma indispensabili, non facce della stessa medaglia, ma il materiale stesso di cui è composta.
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