Ora Roma scelga il posto in Europa

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Sorpresa, sorpresa. Apprendiamo da Mark Rutte, segretario generale dell’Alleanza Atlantica, che l’Italia avrebbe fatto la sua parte nel sostegno logistico alle operazioni americane contro l’Iran. Come tutti gli altri alleati. Circa 500 voli sarebbero passati dalle basi in Italia su 4-5000 in totale dal resto dei Paesi Nato. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha immediatamente replicato che erano voli «tecnici o logistici» non «cinetici» – per chi non sia avvezzo al gergo militare: quegli aerei non andavano a bombardare l’Iran. Cosa che Rutte non aveva detto.

A Roma ha avuto la meglio il riflesso condizionato della smentita – siamo sempre quelli dei «bombardamenti difensivi» della nostra partecipazione all’Allied Force in Kosovo del 1999. Darà forse una mano al governo in Parlamento. Evade completamente il vero nodo al pettine: dove stia l’Italia nell’intreccio fra politica estera, sicurezza europea, spesa per la difesa e industria della difesa – in cui siamo il sesto Paese esportatore mondiale, con programmi avanzati come il caccia di sesta generazione Gcap insieme a Gb e Giappone. Fra un paio di settimane, al vertice Nato di Ankara (7-8 luglio), quello vorranno sapere sia gli americani sia gli alleati europei. Ma Roma lo sa o prende tempo? Non ne rimane molto.

I voli di cui ha parlato Rutte non solo ci stanno ma ci sarebbe da meravigliarsi del contrario. Fanno piuttosto meraviglia due altre cose: il «gli alleati non hanno fatto niente per sostenerci» di Donald Trump, con il corollario dell’attacco personale a Giorgia Meloni; l’incapacità del governo italiano di dire, fin dall’inizio, «nel quadro dei trattati e degli accordi bilaterali di stazionamento, abbiamo prestato agli Usa lo stesso supporto logistico offerto dagli altri partner Nato». Che è praticamente quanto ieri, a denti stretti, ha detto il ministro Crosetto. Il segretario generale della Nato, in missione di limitazione danni pre-Ankara, cercava solo di dimostrare all’audience trumpiana di Fox News che gli alleati avevano fatto qualcosa, non “niente”, per sostenere gli Usa anche sull’Iran. Rutte avrà inflazionato i numeri ma se ha mentito si mette nei guai non solo per i 500 voli dall’Italia ma anche per i 3-4500 dagli altri Paesi di decollo. Anziché cavarsela con un “così fan tutte”, l’Italia si è sentita obbligata a bollare di “fallace” la sua intervista.

La polemica con Rutte è una diversione dal problema alla radice dell’inasprimento dei rapporti fra Roma e Washington: l’insufficiente adeguamento della spesa italiana per la difesa verso i traguardi concordati in sede Nato: 3,5% del Pil (più 1,5% in infrastrutture legate alla sicurezza) entro il 2035. Scadenza relativamente lontana ma che richiede una proiezione multi-annuale credibile. Alla nostra, con un 2% faticosamente agguantato quest’anno con acrobazie contabili, il Pentagono non crede. Pensavamo di cavarcela in virtù del rapporto speciale Trump-Meloni. Sepolto.

Ad Ankara il nostro bilancio per la difesa sarà osservato speciale. Abbiamo il coraggio di cavarcela alla spagnola, con il «basta il 2%» di Pedro Sánchez? No, e non solo perché sarebbe un rimangiarci un impegno già preso un anno fa. No, perché qui entra in gioco la nostra statura europea e internazionale. Siamo uno dei G7; vogliamo essere nei formati ristretti, fare dell’E3 (Francia, Germania, Gb) un E4, consolidare l’E5 riunitosi ieri a Berlino. Oggi, in questi fori, la politica estera si salda sempre più con la sicurezza. Non si fa la prima senza garantire la seconda. E, piaccia o meno, la sicurezza richiede capacità militari. Che costano.

Pete Hegseth, segretario alla Guerra Usa, sta lavorando al piano di riduzione delle forze americane in Europa. Anticipato che sarà di un terzo. Le tensioni all’interno del Pentagono, di ieri la notizia delle dimissioni del generale Christopher Donahue, a capo delle forze terrestri in teatro, fanno temere che sia brutale. È ragionevole attendersi che venga annunciato ad Ankara. Toccherà agli europei colmare la lacuna. È pronta l’Italia che, come scriveva ieri su queste colonne Marco Bresolin, tentenna sul ricorso ai fondi Safe dell’Ue, a prendere responsabilità e assumere un ruolo nella difesa dell’Europa, insieme agli altri europei e con gli americani a mezzo servizio? Che è il futuro della Nato.

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