La lenta agonia delle Dolomiti: “Ora scarseggia anche l’acqua”

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«O la pasta, o la doccia». Franco Nicolini ride. Dolomiti di Brenta, rifugio Tosa Pedrotti, quota 2.491. Guida alpina, 66 anni, da 11 gestisce lo storico rifugio con la famiglia. L’alternativa scherzosa non la pone per scontrosità, ma per sottolineare che «l’acqua comincia a farci preoccupare».

Siccità promessa da un «tempo matto, sembra di stare ai Tropici, caldo infernale e temporali che chi ha mai visto?». Giovedì si è fatto con nipoti e collaboratori tre chilometri e mezzo fra cenge e sfasciumi di questi monti pallidi per raggiungere una vedretta, un piccolo ghiacciaio, macchia di gelo «che il buon Dio ha coperto con sfasciumi per salvarla dal Sole». Tubo nero in plastica da infilare nel ghiaccio in agonia per avere una fonte d’acqua, nel caso che quella principale si asciughi. Ora viene su da una di quegli scherzi carsici, una grotta infilata nella crosta della dolomia per cento metri. Nicolini: «D’inverno si accumula la neve, poi da quel pozzo ecco lo stillicidio, la nostra acqua».

La diagnosi di questo male: «Poca neve d’inverno, caldo insopportabile d’estate. Nessun sistema montano può resistere». E manca la percezione. Ancora: «Faccio un vivo appello ai terrapiattisti. Il cambiamento c’è e se continua così poveri i nostri figli e nipoti. E, signori cittadini, non pensiate che tutto ciò non vi riguardi. Fatevi un esame di coscienza, non sprecate acqua. Dalle montagne ne arriverà sempre meno».

Le Dolomiti sono arse, i ghiacciai soffrono, e l’«acqua s’infossa», come dice Angelo Seneci, guida che vive sulla sponda trentina del lago di Garda. Dalle Alpi Retiche alle Dolomiti l’inverno si è scordato di far neve. E ora il poco bianco rimasto come può resistere a queste temperature? «I nevai se ne vanno a vista d’occhio – dice Seneci -. Ai piedi della splendida catena di Lagorai l’acqua dei laghi comincia ad abbassarsi. Sui ghiacciai di Presena, sull’Adamello già affiora il ghiaccio scuro, lame di nero».

Non ci sono ancora stati crolli, non come lo scorso anno alla Cima Falkner nel Brenta che ha modificato il profilo perdendo 500 mila metri cubi di roccia, o come la frana di fango e sassi della Croda Marcora, a San Vito di Cadore, che ha bloccato la strada 51. È ormai così da anni. E nel 2022 quel gigantesco occhio di ghiaccio spalancato sotto la cima della Marmolada che ha travolto e ucciso undici alpinisti. Ovale azzurro che ha portato lutto: colpa della gravità che ha trascinato profondi crepacci e dell’acqua tra ghiaccio e roccia. Centinaia di migliaia di metri cubi scivolati via. L’acqua di fusione che trasforma il ghiacciaio in “temperato”, cioè caldo, con temperature sopra lo zero.

In questi giorni in cima alla regina delle Dolomiti, a 3.343 metri, si sono accumulati pochi centimetri di neve fresca. Nube fredda che ha spezzato l’afa. Ma è illusione. Aurelio Soraruf, gestore sia del rifugio Castiglioni, a poco più di 2.000 metri, e della capanna Penia, in cima alla Marmolada, ieri alle 12.30 ha misurato la temperatura: «18 gradi all’ombra, giovedì ce n’erano 24». Un suo collaboratore ha passato la notte alla capanna in cima alla montagna: «Un po’ di neve, ma il ghiacciaio è febbricitante, tra i 4 e i 5 gradi sopra zero».

Dalla Marmolada, dal Penia e poi dal Castiglioni passano escursionisti senza paura di faticare. Tutti stranieri che partono da Monaco e in 40 giorni raggiungono Venezia. Foreste, pascoli, ghiacciaio, prati, città, laguna. Percorso conosciuto, così come quello delle pareti affrontate dagli alpinisti. Eppure c’è chi dice e scrive che tanto cambiamento «gli fa paura». È la guida di Valmalenco (Sondrio) Michele Comi. Dice: «A maggio da noi se n’è andata la neve. Poi un inizio estate di temporali, che solcano il ghiaccio, dilavano le pareti. Faccio fatica a fidarmi di un ambiente che cambia sotto i miei occhi, anzi direi sotto i miei scarponi. È vero, ho scritto di avere paura, perché ho visto le mie montagne modificarsi in poco tempo. Pareti considerate solide si trasformano, nevai e pendii non seguono più le logiche che abbiamo imparato a conoscere».

Christian Casarotto, glaciologo del Muse di Trento, quando finisce di parlare dice: «Grazie per avermi lasciato sfogare». La sua voce è un temporale: «Siamo stufi di dire sempre le stesse cose da 25 anni. Noi facciamo ricerca, raccogliamo dati inequivocabili e tutti ci pongono la stessa domanda “che possiamo fare”? E noi diciamo usate i nostri dati. Il cambiamento globale vuol dire che ci coinvolge tutti. A noi la diagnosi, ad altri la terapia. Ingegneri, politici, amministratori. Sa cosa ci dicono? Che monitorare è un costo. No, è un investimento, senza dati nessuno può far nulla – prosegue – . Abbiamo capito che cosa succede ai ghiacciai, adesso studiamo la neve. Proviamo a fare modelli. Siamo dove il ghiaccio si ritira per cercare l’acqua, per capire cosa fa, dove va».

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