Da Armani a Scervino, tutti gli stilisti di Meloni: “Ovviamente vesto solo italiano”

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La moda come pratica dell’autopresentazione, e in un mondo in cui ancora si fa fatica a guardare il potere e anche la sua estetica con occhi femminili, capita che le donne che lo afferrano preferiscano andare sicure su un classico maschile, giacca e pantaloni. Ancora.

Nasce il governo Meloni, il giuramento della premier nelle mani del presidente della Repubblica

Chiamatelo se volete “power dressing”, il cui cantore è stato Giorgio Armani e la sua interprete più ligia, almeno da noi, è Giorgia Meloni che al giuramento aveva proprio un suo tailleur dove, ha spiegato lei stessa «c’erano molti messaggi: difesa del Made in Italy, innovazione, qualità, orgoglio per la propria identità. E autorevolezza».

Normale dunque che da quel momento in poi a palazzo Chigi ci sia stata la fila dei brand che la volevano come ambasciatrice del loro stile. Gli stilisti alla corte di Giorgia, potrebbe essere il titolo di una serie se non fosse la realtà. E da quell’iniziale imbarazzo di Giorgio Armani che non ha mai voluto fare endorsement oggi siamo in un altro capitolo, con il ministero del Made in Italy che sembra essersi spostato, nella sua funzione comunicativa, proprio nel guardaroba della premier. Con una aziende e grandi maison che fanno la fila per avere un posto su quelle stampelle. Lei lo sa bene: «Mi rendo conto che con la mia visibilità posso fare promozione a una delle nostre eccellenze, la moda. Ovviamente vesto solo italiano. A volte scelgo marchi più noti, ma in genere preferisco indossare capi di aziende meno famose, che voglio conoscere perché mi appassiona capire la storia, le vite, i sacrifici di chi c’è dietro».

Lei le sue preferenze le ha ben chiarite con gli outfit che indossa per gli incontri istituzionali. E in ogni caso: «prediligo capi comodi e che resistono a lunghe giornate di lavoro senza stropicciarsi». Prima di tutto le creazioni di Ermanno Scervino, stilista delle star che la veste su misura (suoi gli abiti per gli incontri con Donald Trump, Re Carlo e Rania di Giordania). Ormai sono amici tanto che quando passa da Firenze la premier capita che si conceda con il creativo un lunch.

La premier ha idee molto precise: «È impossibile farmi indossare qualcosa che non mi piace», ha spiegato. E lo sanno bene quella giornalista e quel pr che all’inizio del suo mandato erano stati chiamati a consigliarla.

Al suo fianco, davanti allo specchio, c’è la sua fidatissima assistente e amica, Patrizia Scurti. Un duo davanti al quale anche il più prestigioso creativo non può che dire: obbedisco.

Altra maison che è di casa nel palazzo del potere è quella di Brunello Cucinelli, la sua maglieria con punti luce e le sue giacche dai colori naturali sono una costante negli incontri al vertice. «Mi ha chiamato appena diventata premier», ha raccontato l’imprenditore, e mi ha chiesto: «Brunello cosa devo fare? Io le ho risposto: non lo so, faccio pullover. Le ho detto solo di essere ancora più gentile, educata e garbata perché è quello di cui oggi abbiamo tutti più bisogno».

Insomma, tutti pazzi per Giorgia che ama i toni chiari e adora il bianco, diventato quasi un sigillo estetico, tanto da sfidare la consuetudine che vuole solo le regine cattoliche in bianco davanti al Papa. Ma agli Stati Generali della Natalità, nel maggio del 2023 Giorgia ha deciso di indossare “la corona” con un tailleur candido e con un sorriso e una piccola pacca sul braccio ha liquidato il suo dress code con una battuta: «Oggi ci siamo vestiti uguali».

Le sarte delle case di moda sono ormai di casa a Palazzo Chigi. Nell’armadio governativo anche molti capi Max Mara e di aziende, solo italiane, non famose che fanno la fila per essere notate da Giorgia che ama fare scouting.

Tra queste ha fatto uscire dall’ombra “Who is D.Exterior? “quando al G/7 del 2024 è stata fotografata con giacca classica a un bottone, e pantaloni palazzo. Tutto rosa confetto. Stesso marchio per il vertice dei volenterosi all’Eliseo, lo scorso aprile, ospite del presidente francese Emmanuel Macron all’Eliseo, quando ha osato il rosso, anche senza armocromista.

La scelta di un abito da parte della premier può far aumentare il fatturato e la visibilità di un’azienda esattamente come avviene ormai con i red carpet delle star internazionali e delle influencer.

Dai tempi delle first lady e mogli della prima Repubblica, a iniziare da Anna Craxi e Annamaria De Mita, il made in Italy non aveva delle interpreti istituzionali. Anche perché ancora si indaga l’abito solo quando è indossato da una donna altrimenti avremmo scoperto la passione per gli stilisti italiani di Matteo Renzi che ha portato anche lui brand nazionali come Ermanno Scervino e Stefano Ricci in giro per il mondo.

Non è solo una questione di look il guardaroba di un premier, il corpo del capo è, lo sappiamo, anche un simbolo, un’affermazione, un dialogo. Lo stile è politica, quando viene usato per lanciare messaggi come faceva la regina Elisabetta giocando con i colori accesi, o Trump, con le cravatte rosse diventate identitarie per il popolo Maga.

Ma tornando indietro nella storia c’è anche Benito Mussolini con i suoi copricapo a cui Italo Calvino riservò una lettura attenta: «una volta imposta l’idea che un capo deve essere dotato di un’immagine marcata e inconfondibile come la sua, resta sottinteso che chi non ha quella immagine non può essere un capo».

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