Da Berlusconi ai guai con la giustizia, le mille vite del giornalista rampante Lavitola

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Un uomo dalle mille vite, Valter Lavitola. S’inabissa per qualche tempo e poi riemerge quando meno te l’aspetti. Vulcanico. Spregiudicato, anche troppo. La definizione migliore di questo salernitano di sessant’anni che ha conservato la faccia da scugnizzo la diede un giornalista spagnolo, il quale, siccome scriveva articoli sgraditi su Panama, fu invitato a cena e rimbambito per un’ora in un’alternanza vorticosa di lusinghe e di minacce: «Ho pensato che Lavitola aveva una faccia tosta terribile».

È iscritto alla federazione giovanile socialista quando il Psi muore ai tempi di Tangentopoli e gli viene naturale passare alla neonata Forza Italia. Di lì inizia una scalata al potere, finché diventa uno dei giovanotti rampanti alla corte di Silvio Berlusconi, uno sveglio a cui affidare compiti borderline. Nel frattempo, nel 1996, rivitalizza il glorioso quotidiano L’Avanti! (con un trucco per prendere la testata senza pagare dazio: aggiunge articolo e apostrofo) e lo utilizza per operazioni corsare.

Assieme al suo sodale Sergio De Gregorio, formalmente il direttore del giornale, fiancheggia Berlusconi. Quando sarà il momento, lo userà come una clava contro Gianfranco Fini nell’affairedella casa di Montecarlo, pubblicando un documento farlocco che proveniva da uno Stato microscopico dei Caraibi, Saint Lucia, e che sul momento parve chissà che. Nel frattempo Lavitola si era specializzato nel patrocinare iniziative economiche in America latina. Lui stesso spiegò com’era divenuto il faccendiere preferito di Finmeccanica da quelle parti: «Fu tramite Berlusconi di cui ero uomo di fiducia per l’America Latina e Panama. L’ex presidente del consiglio contattò l’allora amministratore delegato Pier Francesco Guargaglini e fece il mio nome». All’epoca spuntava dagli aerei di Stato come un prezzemolino.

Nel Paese del Canale divenne interlocutore privilegiato del presidente Ricardo Martinelli, ma era introdotto in Colombia, Messico, Costarica, Honduras, si disse pure il Brasile di Lula. Nel frattempo gli affari andavano a gonfie vele con l’editoria. Peccato che avesse intascato 23 milioni di euro sulla base di carte falsificate ed è stato perciò condannato per truffa allo Stato. Anche con le grandi imprese è finita male: condannato per tentata estorsione nei confronti di Impregilo. Il momento d’oro, quello che lo portò più a contatto con il potere, fu quando, nel 2008, contattò diversi senatori per corromperli e far cadere il governo Prodi: Lavitola era il tramite, il senatore Sergio De Gregorio l’unico che ammise la corruzione per cambiare schieramento, e Berlusconi colui che ci mise i milioni.

Stesso meccanismo con il pugliese Giampi Tarantini, che dapprima aveva portato allegramente le escort a casa Berlusconi, e poi fu tacitato, lui e le ragazze. Come succede a chi vola troppo vicino al sole, venne immancabilmente la caduta. Lavitola fu costretto alla latitanza, ovviamente in Sudamerica. Le sue richieste di aiuto a Berlusconi divennero sempre più assillanti fino a rasentare l’estorsione. E fu così che il vecchio amico a conoscenza di tanti segreti si trasformò in nemico. Meglio diffidare degli scugnizzi troppo svegli.

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