Omicidio di Cascina Spiotta, la sentenza: 6 anni per Azzolini e prescrizione per Curcio e Moretti

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Sei anni per Azzolini, prescrizione, e dunque niente pena, per Curcio e Moretti. Dopo oltre mezzo secolo dai fatti di Cascina Spiotta, ad Arzello di Melazzo, la Corte d’Assise di Alessandria ha pronunciato oggi, martedì 7 luglio, la sentenza destinata a chiudere uno dei capitoli più controversi degli Anni di Piombo.

Dopo le repliche finali, i giudici presieduti da Paolo Bargero si sono ritirati per 4 ore in camera di consiglio per decidere il destino processuale di Lauro Azzolini, Renato Curcio e Mario Moretti, imputati per l’omicidio dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, ucciso il 5 giugno 1975 durante il blitz nel covo brigatista dove era sequestrato l’industriale Vittorio Vallarino Gancia. Nello scontro a fuoco morì anche Mara Cagol, fidanzata di Curcio.

Il processo, riaperto grazie all’esposto presentato nel 2021 da Bruno D’Alfonso, figlio del carabiniere ucciso e assistito dall’avvocato Sergio Favretto, arriva così all’epilogo dopo un dibattimento che ha riportato in aula documenti e ricostruzioni di una vicenda rimasta per decenni al centro del dibattito storico e giudiziario.

Il processo

A differenza di Curcio e Moretti, sempre assenti, Azzolini è comparso in aula. Lo ha fatto all’apertura del processo, quando con dichiarazioni spontanee ha rivendicato la propria presenza alla Cascina Spiotta e la paternità del memoriale con cui ricostruì quei fatti, e una seconda volta, poche settimane fa, rispondendo alle domande dei pm.

Nella requisitoria, il sostituto procuratore generale Ciro Santaniello ha chiarito: «Non è un processo alle Brigate Rosse. È un processo per l’omicidio dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso».

La sentenza ha decretato pene più leggere rispetto alle richieste della Procura per i tre protagonisti della vicenda, condannando a 6 anni di reclusione Lauro Azzolini e dichiarando di «non doversi procedere per Curcio e Moretti per prescrizione».

La Procura generale aveva chiesto 21 anni di reclusione per Azzolini, con attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti, e l’ergastolo per Curcio e Moretti, ritenuti responsabili di concorso morale. Il pm Emilio Gatti ha sostenuto che il sequestro Gancia non fu un’iniziativa della sola colonna torinese, ma un’operazione pianificata dai vertici delle Brigate Rosse. Tra gli elementi richiamati la telefonata effettuata da Mara Cagol dalla Cascina Spiotta dopo l’arresto di Massimo Maraschi e il memoriale di Azzolini, definito «una relazione tecnica, un rapporto di servizio» destinato ai dirigenti dell’organizzazione.

Di segno opposto le difese. L’avvocato Davide Steccanella, legale di Azzolini, aveva chiesto in via principale l’improcedibilità e, in subordine, la prescrizione, sostenendo che «la prescrizione è una forma di fare giustizia, non è un’impunità». In aula è stata letta anche una lettera dell’ex brigatista, nella quale definisce quella di D’Alfonso una «morte non voluta», esprime «dovuto rispetto» per il carabiniere e saluta Cagol con le parole: «Ciao Mara, rivoluzionaria comunista. Te lo dovevo».

L’avvocato Vainer Burani, difensore di Curcio, ha sostenuto che «non esiste alcuna prova» del coinvolgimento del fondatore delle Brigate Rosse nei fatti della Spiotta, chiedendo l’assoluzione o la prescrizione. Ha inoltre affermato che Cagol «non morì in un conflitto a fuoco, ma fu uccisa quando era già ferita».

L’assoluzione per Moretti era stata chiesta anche dall’avvocato Francesco Romeo, secondo cui il processo confonde «una responsabilità storico-politica con la responsabilità giuridica penale» e non dimostra un contributo concreto dell’ex brigatista all’omicidio di D’Alfonso. In subordine ha invocato il concorso anomalo.

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