Perché la Nato sarà sempre più europea

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È un vertice Nato in cui la non notizia è notizia. Il programma di Ankara è ridotto all’osso: meno il tempo a disposizione e più striminzita la dichiarazione finale, minore il rischio. Il rischio, o peggio la minaccia, non di ciò che potrebbero fare nemici come Vladimir Putin, ma di quel che potrebbe dire l’«alleato» Donald Trump.

Si è lavorato assiduamente per evitarlo. Il presidente Usa voleva che i partner europei e canadesi spendessero per la difesa, e così stanno facendo. Il segretario della Nato Mark Rutte strombazza numeri strabilianti. Escludendo gli Stati Uniti, i Paesi Nato hanno speso ben 139 miliardi di dollari in più per la difesa nell’ultimo anno. E una buona fetta è destinata all’industria statunitense, creando quasi 200mila posti di lavoro in America. Numeri ripetuti fino alla nausea al vertice, e mirati a un solo fine: rabbonire Trump e assicurarsi che non dia di matto.

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In pochi credono che sia sufficiente ad assicurare un reale impegno statunitense in difesa degli alleati europei, qualora dovesse essercene il bisogno. E nessuno esclude che ce ne sia. Tanto più se gli ucraini sapranno difendersi sempre meglio, generando un congelamento di fatto sulla linea del fronte. Putin, che non può permettersi una fine della guerra dalla quale dipende la sopravvivenza del suo regime, sarebbe tentato di trascinarla altrove, magari sconfinando in un Paese Nato. Ma quanto meno si spera in un silenzio americano, che eviti di indurre ulteriormente Putin a tentare la sorte.

Al di là dello spettacolo tragicomico, il vero punto è un altro. Che gli Stati Uniti vogliano sfilarsi dalla sicurezza europea, come presenza e costi, è certo. Così come il destino di una Nato molto più europeizzata.

Oggi gli Stati Uniti forniscono circa la metà delle forze convenzionali in Europa. È verosimile che tra qualche anno, sia pur gradualmente, quella presenza si dimezzi, mentre rimarrà intatto l’ombrello nucleare Usa in Europa. È uno scenario ottimista, ma in fondo anche realistico. Sarà una Nato forse più debole ma più europea, e comunque sufficientemente forte per difendere il continente dalla minaccia russa. In fin dei conti è questo l’obiettivo, ed è su questo che si lavora.

Rimangono però due nodi che minano il futuro dell’Alleanza, seppur in questa forma più europeizzata. Il primo verrebbe al pettine se effettivamente ci dovesse essere un attacco della Russia a un Paese Nato nei prossimi mesi o anni. Si rischierebbe una spaccatura nell’Alleanza. Se venissero attaccati ad esempio i Paesi baltici, per non parlare della Polonia, e se gli Stati Uniti dovessero lavarsene le mani, è molto probabile che la Germania, dove il riarmo è reale, rimarrebbe invece fedele all’impegno della difesa collettiva.

Seguirebbero anche Francia e Regno Unito, il che a sua volta renderebbe assai probabile che altri Paesi, inclusa l’Italia, si uniscano allo sforzo collettivo. Sarebbe la fine della Nato intesa come alleanza atlantica, ma la sopravvivenza di una difesa collettiva europea, incluso il Canada e forse anche la Turchia.

Il secondo nodo verrebbe al pettine in uno scenario meno drammatico: la guerra cinetica in Europa non sconfina oltre l’Ucraina, ma il conflitto con la Russia è destinato a rimanere vivo, continuando a indurre gli europei ad assumersi responsabilità crescenti per la difesa del continente. Responsabilità europee cui dovrebbe corrispondere un aumento del peso decisionale all’interno dell’Alleanza. In poche parole, una Nato più europeizzata smetterebbe di essere un’organizzazione a trazione decisionale Usa.

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Oggi non è questo il calcolo di Washington. L’ira di Trump nei confronti degli alleati europei che hanno posto timidi paletti sulla guerra in Iran, rifiutandosi di esservi trascinati, denota la sua convinzione di fondo: gli Stati Uniti sono l’azionista di maggioranza della Nato. E l’asservimento plateale di Mark Rutte nei confronti di Trump non ha fatto che corroborare questa convinzione a Washington. Ma se gli europei un domani facessero davvero la parte del leone all’interno dell’Alleanza, gli Stati Uniti — chiunque li guidi — sarebbero davvero disposti ad accettare un mercato della difesa europeo meno aperto per l’industria americana? O che alcune decisioni operative della Nato non fossero più principalmente prese dagli Stati Uniti?

Se diritti e responsabilità non si muovono di pari passo, il rischio è che si incrini — o si rompa — il contratto sociale implicito nell’organizzazione. Quando sollevo la domanda ai colleghi della Nato, la riconoscono, ma fanno spallucce. Dopotutto è un problema che al massimo si porrà domani. E sarà già un miracolo se a quel domani l’Alleanza arriverà intatta.

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