Una vita dedicata alle attività di spionaggio e controspionaggio, a servizio della sicurezza del Paese, ad indagare pure su quelle spie straniere che speravano di trovare informazioni utili in Italia. Poi la pensione. E il tradimento, come lo definiscono in molti. Gavino Raoul Piras e Vincenzo Di Pasquale, ex carabinieri a lungo nell’intelligence, sono finiti agli arresti domiciliari per spionaggio e accesso abusivo a sistemi informatici. Avrebbero venduto informazioni sensibili alla Russia, notizie riservate, in cambio di pacchetti di circa cinquemila euro. Ad ingaggiarli uno 007 che, spiegano fonti con una profonda conoscenza del dossier, lavorava all’ambasciata russa a Roma e si muoveva sicuro delle garanzie e dei contatti assicurati dallo status di diplomatico. È la guerra ibrida di Mosca che punta a informazioni riservatissime non solo per analizzare e osservare la politica, ma anche per influenzarla.
Le manovre delle spie sono state svelate da un’inchiesta della procura di Roma, diretta da Francesco Lo Voi, che vede tra gli indagati anche quattro militari – Davide Piantanida, Giuseppe Tempesta, Gianluca Nardella, Antonio Guerra e Sergio Romeo – sino a ieri in servizio. Le accuse? A vario titolo «procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato, spionaggio politico e militare, rivelazione di segreti di Stato, rivelazione di notizie di cui sia stata vietata la divulgazione». Sul caso ha aperto un procedimento anche la procura militare della Capitale.
Figura centrale è Gavino Piras, cinquantanovenne sardo già sottufficiale dell’Arma. È lui ad avere rapporti esclusivi con lo 007 russo, è lui, a quanto emerge dalle indagini dei carabinieri del Ros di Roma, a catalogare le informazioni da vendere. Numerate e catalogate con il nome di «Federazione». Si definiva analista indipendente dell’intelligence fin dalla fine della sua professione, culminata nel 2012 con l’assegnazione della “Legione al merito”, in genere conferita a membri dell’esercito americano o degli stati alleati e a lui concessa per attività in Afghanistan e Iraq. Alle spalle anche la scuola Nato di Oberammergau, in Germania, specifiche esercitazioni internazionali e diversi saggi. Uno, pubblicato nel 2011, ora appare particolarmente significativo: «L’intelligence nelle relazioni internazionali: la Federazione russa».
L’inchiesta, affidata al pubblico ministero Lucia Lotti, prende il via nel 2025 da una segnalazione dell’Aisi, i servizi segreti interni. Da lì, i carabinieri del Ros monitorano scambi di pizzini, incontri al parco, su una panchina, al bar. A quanto si apprende, ai russi sarebbero state fornite informazioni sulla strategia nazionale militare, sull’approvvigionamento di carburante, sulle risorse energetiche e sulle posizioni politiche riguardo alle sanzioni. Non solo. All’elenco sembrano aggiungersi anche indicazioni sugli acquisti di armi nella Nato, sui sistemi di armamento e sugli aiuti dell’Italia all’Ucraina. Secondo le accuse, poi, gli indagati avrebbero rivelato l’identità di alcuni agenti impegnati nelle attività di controspionaggio italiano, esponendo così personale operativo che lavorava su dossier particolarmente sensibili.
Informazioni riservatissime, ottenute attraverso alcuni militari del mondo cyber della Difesa e vendute in cambio di poche migliaia di euro. Qualcuno degli indagati, intercettato dagli investigatori, si lamentava di essere ricompensato troppo poco.
Ieri sono stati sequestrati cellulari, computer e altri dispositivi e ora l’obiettivo è ricostruire i contatti, l’eventuale presenza di ulteriore materiale riservato, accertare l’entità delle informazioni trasmesse. A casa di uno dei personaggi coinvolti, poi, sono stati trovati anche ventimila euro in contanti. E come nella stagione di Mario Draghi, durante la quale fu arrestato Walter Biot, l’Italia torna a colpire con grande rilevanza un’operazione di infiltrazione russa. Un operazione che avviene ad alto livello considerando che l’handler, il reclutato, era un uomo che lavorava all’ambasciata russa e gode di protezione diplomatica.
Una spy story, questa, dove lo scambio di informazioni segue il manuale del perfetto infiltrato e qualunque cosa può diventare un veicolo per dare ordini e scambiare dati. Le indagini documentano pizzini nella tasca di una camicia da srotolare, cellulari nascosti nel microonde, schede di memoria digitale nella crepa di un muro in strada. Nascondigli segreti, gli stessi che le spie russe durante la guerra fredda chiamavano dead drop.
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