La Nato sopravvive alle minacce di Trump: ecco quale sarà il ruolo dell’Europa

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BRUXELLES. Il destino del Condominio Europa è strettamente legato a quello della Nato. Per questo oggi è il momento di riflettere sull’esito del vertice di Ankara. Una prima considerazione è d’obbligo: i timori sulla possibile morte della Nato erano francamente esagerati. Dottor Donald e Mister Trump si sono alternati al centro della scena: uno ha minacciato di distruggere tutto, ma poi l’altro ha lanciato messaggi d’amore e firmato la dichiarazione d’amore che tiene in vita la Nato, per la gioia di Mark Rutte che non ha perso l’occasione per adularlo con un atteggiamento che molti considerano stucchevole. Ma tra morire e vivere in ginocchio, il segretario generale preferisce di gran lunga la seconda. E così la “sua” Nato è ancora lì, nonostante il ciclone Trump.

Sono Marco Bresolin e questa è Condominio Europa, la nuova newsletter de La Stampa che spedisco nella tua casella di posta elettronica direttamente da Bruxelles per aiutarti a decifrare la complessità degli affari europei attraverso notizie, storie, analisi e curiosità raccolte nei palazzi delle istituzioni Ue. Con un pizzico d’ironia, che non guasta mai. Puoi iscriverti gratuitamente qui.

*ANKARA DI SALVEZZA*

Il barone Hastings Lionel Ismay, primo segretario generale della Nato, diceva che l’Alleanza atlantica era stata costruita “per tenere gli americani dentro, i russi fuori e i tedeschi sotto”. Questa era la Nato 1.0, una struttura pensata per affrontare gli anni della Guerra Fredda. Poi è arrivata la Nato 2.0, con le missioni fuori dai propri confini e la lotta al terrorismo internazionale.

Nei giorni scorsi ero in Turchia per seguire da vicino il vertice di Ankara. Un appuntamento che ha segnato il passaggio alla Nato 3.0, quella in cui sono gli Europei a farsi maggiormente carico della difesa del proprio territorio, con Washington che conferma l’impegno a garantire l’ombrello nucleare sulla base dell’articolo 5 per la difesa collettiva, ma libera risorse che le consentono di spostare il suo focus verso l’Indo-Pacifico.

In sostanza, la storia è più o meno questa:

Sin dalla sua costruzione, il Condominio Europa ha dovuto fare i conti con dei vicini un po’ minacciosi. Gli inquilini che vivono negli appartamenti confinanti con il terreno di proprietà di quei vicini, al quale un tempo erano legati, hanno deciso di non avere più niente a che fare con loro. E così hanno chiesto protezione al Condominio. Prima uno, poi l’altro e poi altri ancora. Ce ne sono alcuni che oggi sono ancora indipendenti, né di qua né di là, ma che vorrebbero essere incorporati nel Condominio perché gradirebbero stare il più lontano possibile da quelli là.

Il Condominio Europa, però, da solo non è mai stato realmente in grado di sorvegliare e proteggere i coinquilini delle unità più esposte, né tantomeno l’intera proprietà, anch’essa minacciata dalle mire “espansionistiche” di quelli là. Per questo si sono appoggiati a un servizio di vigilanza esterna, una società americana – leader nel settore – che fin dall’inizio si è offerta di sua spontanea iniziativa di pattugliare i cancelli, le finestre e di blindare persino le siepi. Ovviamente in collaborazione con il servizio interno del Condominio.

Quella società lo ha fatto senza ricevere un vero e proprio pagamento in denaro, ma questo “favore” le ha permesso negli anni di ottenere in cambio parecchi benefici indiretti. È stata insomma un’operazione mutualmente vantaggiosa.

Ora, però, la società di vigilanza esterna ha deciso di spostare i suoi uomini su un altro servizio, che evidentemente considera maggiormente redditizio, oltre che più Pacifico (Indo-Pacifico, per l’esattezza). Per questo hanno chiesto agli inquilini del Condominio Europa di prepararsi per iniziare a difendere da soli la loro proprietà.

Non è una cosa che si fa dall’oggi al domani. Perché bisogna investire per la formazione dei vigilanti chiamati a pattugliare il confine, installare nuovi sistemi d’allarme, mettere le griglie alle finestre e così via. Un’operazione dispendiosa dal punto di vista economico e non solo.

Convincere tutti non è facile, anche perché il senso del pericolo è percepito in maniera diversa dai vari inquilini. Gli appartamenti al piano terra sono più vulnerabili alle potenziali incursioni dei vicini – che proprio qualche anno fa hanno abbattuto il cancello di un’altra proprietà limitrofa e l’hanno parzialmente occupata.

Quelli che vivono più in alto, invece, non hanno mai colto a fondo l’importanza del servizio di vigilanza della famosa società, ma anzi lo hanno vissuto come un fastidio. Quasi come una soffocante limitazione della loro sovranità. E oggi considerano “paranoici” gli inquilini che vivono costantemente nella paura che quelli là entrino dalle finestre e si piazzino nelle loro case.

Per questo sono in corso accese discussioni su cosa fare, quanto spendere e soprattutto sul tipo di legami da tenere con quella società di vigilanza privata. Un addio definitivo invoglierebbe quelli là a tentare l’incursione, convinti di trovare un sistema di pattugliamento più fragile.

E così si è cercato di intavolare una trattativa con quella società per trovare un punto di equilibrio: noi ci impegniamo a fare di più per vigilare sulla nostra proprietà, ma voi dovete garantirci di essere pronti a intervenire in caso di bisogno. E soprattutto dovete dirlo a gran voce, cosicché a quelli là magari gli passa la voglia.

La dichiarazione finale adottata al vertice di Ankara racchiude più o meno il senso di questa storia. E in questo mini-dossier che avevo preparato alla vigilia dell’incontro c’è un po’ una fotografia della situazione attuale: chi ha già messo le griglie alla finestra e chi no, chi sta finanziando l’addestramento dei nuovi vigilanti e chi sta aiutando di più i vicini che da qualche anno sono impegnati a respingere l’occupazione. Convinti che si tratti di un investimento anche per la propria sicurezza.

*BURRO E CANNONI*

Nelle ore che hanno preceduto il summit dell’Alleanza Atlantica, per la prima volta, i big dell’industria militare si sono riuniti in un forum ad hoc sotto le bandiere della Nato per cercare di accaparrarsi i contratti che trasformeranno in progetti concreti l’aumento delle spese per la Difesa decretato dai leader europei per rispondere alle richieste di Donald Trump.

Nella sola mattinata di martedì 7 luglio sono stati firmati contratti per 50 miliardi di dollari, con decisioni a loro modo storiche. Ecco qualche esempio.

La Nato ha firmato un accordo con la svedese Saab che permetterà di acquistare 10 aerei da ricognizione Global Eye per sostituire la flotta di Awacs, prodotti dall’americana Boeing. Ogni mezzo costerà circa 400 milioni di euro e le prime consegne sono attese entro il 2030.

Sette Paesi membri della Nato (Belgio, Regno Unito, Francia, Spagna, Turchia, Croazia e Polonia) hanno deciso di costituire una flotta strategica multinazionale di aerei da trasporto A400M, forniti da Airbus.

L’intesa tra l’americana Lockheed Martin e la tedesca Rheinmetall consentirà di produrre per la prima volta fuori dagli Stati Uniti – in Germania – i missili balistici a corto raggio Atacms.

Il Canada – che è al lavoro con il Lussemburgo per ampliare la platea dei partner interessati al progetto di una Banca per il Riarmo – ha scelto la tedesca ThyssenKrupp per il progetto che prevede l’acquisto di 12 sottomarini 212CD.

Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha parlato di una vera e propria “Rivoluzione industriale della Difesa”.

*DOTTOR DONALD E MISTER TRUMP*

Ad Ankara c’è stato un protagonista assoluto. Anzi, ce ne sono stati due. Uno si chiama Dottor Donald e l’altro Mister Trump, capaci di fare il buono e il cattivo tempo e di monopolizzare un summit nel quale tutti gli altri sono stati relegati al ruolo di comprimari.

Il temibile Mister Trump si è palesato per primo. È arrivato e per due giorni ha sparato a zero su tutti gli alleati della Nato, attaccando in particolare la Spagna (“È un caso senza speranza, taglieremo tutti i rapporti commerciali”) e la Danimarca (“Per noi la Groenlandia è importante, per loro no”), ribadendo che l’unico da salvare è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Persino il leader cinese Xi Jinping si è guadagnato un posto nel suo pantheon dei buoni (“Ci ha trattato bene, sono un suo grande fan”), che in realtà assomiglia molto a un club dei cattivi.

Poi però, attorno a mezzogiorno, è entrato in scena il pacato Dottor Donald, che nelle tre ore scarse di summit a porte chiuse non ha fatto alcun cenno alle critiche all’indirizzo dei partner, non ha minacciato il ritiro delle truppe dall’Europa e ha assicurato che gli Stati Uniti resteranno nella Nato. In chiusura di sessione, ha persino confessato di aver percepito “molto amore” attorno a quel tavolo.

*ERDO-GUN*

E per celebrare fino in fondo l’amore tra alleati, il padrone di casa – il presidente turco Recep Tayyip Erdogan – ha offerto un omaggio a tutti i suoi ospiti. Prima di salutarli, ha consegnato a ognuno di loro una pistola (dotata di proiettili) con inciso i rispettivi nomi.

Alcuni se la sono portata a casa (la premier Giorgia Meloni), altri hanno ringraziato ma l’hanno rifiutata (Mark Rutte) e altri ancora l’hanno “parcheggiata” lì temporaneamente per sottoporla a un intervento capace di renderla totalmente innocua (come il tedesco Friedrich Merz).

Il premier belga Bart De Wever ha raccontato di essersi accorto della natura del regalo soltanto una volta in aereo, quando ha aperto il pacco, e averla consegnata alla polizia dell’aeroporto una volta atterrato.

*LA MAGGIORANZA TROLLEY*

Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva il nuovo regolamento sui diritti dei passeggeri aerei che stabilisce le regole per i rimborsi e i risarcimenti in caso di ritardi e annullamento dei voli e che fissa le norme per il trasporto dei bagagli a mano.

Il testo è stato approvato con 646 voti a favore, solo 12 contrari e 3 astenuti. Una maggioranza schiacciante e del tutto inedita. Gli eurodeputati sono molto sensibili al tema, perché è estremamente popolare e tocca da vicino i loro elettori, ma anche e soprattutto perché li riguarda direttamente.

Gli eurodeputati viaggiano molto e saltano spesso da un aereo all’altro. Quasi ogni settimana si spostano dal loro Paese a Bruxelles o a Strasburgo, dove una volta al mese si riunisce la sessione plenaria. Che inizia il lunedì sera e in genere termina il giovedì all’ora di pranzo, quando è in programma l’ultima sessione di voto (la presenza è fondamentale per incassare la diaria), durante la quale i loro trolley vengono ammassati nei corridoi dell’Europarlamento, pronti per rotolare via il prima possibile.

Dopo la maggioranza Ursula (quella “istituzionale” composta da socialisti, popolari e liberali) e dopo la maggioranza Venezuela (quella formata dal Ppe e dalle destre, che a inizio legislatura aveva approvato una risoluzione su Caracas e successivamente ha dato il via libera ai regolamenti più controversi del Patto migrazione e asilo) da qualche giorno è nata ufficialmente anche la maggioranza trolley.

*CONDOM-INIO*

L’Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf) ha individuato una rotta di traffico transfrontaliero utilizzata per la distribuzione in Europa di oltre 200 mila preservativi contraffatti, provenienti dalla Cina che venivano venduti utilizzando il nome e il logo di un noto marchio.

“La merce – spiega Olaf – era stata falsamente dichiarata come giocattoli, apparentemente per eludere i controlli delle autorità nazionali. In Europa, i preservativi sono classificati come dispositivi medici e per entrare nell’Ue devono soddisfare specifici standard di salute e sicurezza”.

Quelli intercettati, “non soddisfacevano i requisiti di qualità dell’Ue, come i controlli sulla contaminazione microbica, la biocompatibilità, i test di tenuta, i requisiti dimensionali, la durata di conservazione e i test di stabilità”.

Anche a questo serve l’Unione europea.

Buon weekend e alla prossima settimana!

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