Hormuz, il mondo in riserva rende una nuova guerra improbabile

0
2

E’ una di quelle espressioni inglesi molto sintetiche che non è ancora entrata nell’uso comune, ma potrebbe farlo molto presto. Crack spread. E cioè la differenza, il margine teorico di guadagno, tra il prezzo di un barile di greggio e un barile di raffinati: benzina, gasolio eccetera.

Il crack spread si è divaricato in maniera spettacolare dopo la firma del Memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran. Il barile di greggio ha cominciato a scendere a precipizio, mentre il barile di raffinati restava in alto, o addirittura saliva ancora di più. Ieri la differenza ha toccato i quaranta dollari, 70 per il petrolio, 110 in media per i raffinati. Questo spiega perché i prezzi alla pompa non calano, o lo fanno comunque molto lentamente.

Ma non è il punto centrale. Il sintomo del crack spread rivela una falla nel sistema e potrebbe influire molto su una ripresa duratura delle ostilità oppure no. Riguarda i flussi da Hormuz e le riserve strategiche americane. Prima della guerra da Hormuz uscivano 20 milioni di barili al giorno, all’incirca 15 milioni di greggio e 5 di raffinati. Nei 39 giorni di guerra guerreggiata il flusso si era ridotto quasi a zero. Una parte era stata compensata dalle esportazioni saudite, attraverso l’oleodotto verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, ed emiratine, verso il terminal di Fujairah. Ma mancavano all’appello comunque 12-13 milioni di barili. E neppure dopo la riapertura, tre settimane fa, il flusso è ripreso in maniera completa, ma solo per due terzi.

Il prezzo di barile di greggio è sceso in sostanza sulle aspettative: si riapre Hormuz e quindi nelle prossime settimane o mesi l’offerta sarà molto forte. Mentre il barile di benzina o gasolio risente ancora delle ristrettezze causate dal conflitto. Ma questo significa che il mondo non si può permettere un’altra, lunga chiusura della principale arteria energetica globale. E qui si inserisce la seconda variabile dell’equazione: le riserve strategiche. Quelle americane vengono monitorate ogni settimana dall’Eia, e sono il termometro più affidabile.

Dai primi di marzo ai primi di luglio la Strategic Petroleum Reserve (Spr), il principale serbatoio americano, è passata da 403 milioni di barili a 319. E ha continuato a scendere anche dopo la tregua e dopo la riapertura di Hormuz, a un ritmo di quasi un milione di barili al giorno.

Hormuz, la risposta gli Usa all’Iran: nel mirino radar, missili e imbarcazioni dei Pasdaran

L’Spr può contenere fino 700 milioni di barili ma non può essere svuotato completamente. Il limite verso il basso, fissato dal Congresso, è a 252 milioni. C’è ancora un margine di 67. Anche perché la riserva strategica è stata scavata negli anni Settanta e Ottanta in formazioni rocciose saline lungo le coste del Texas e della Louisiana. Se si svuota troppo, o troppo in fretta, l’acqua si infiltra al posto del petrolio e causa danni anche gravi. Il significato strategico è molto semplice. Gli Stati Uniti, e tutto l’Occidente, non hanno riserve infinite e se Hormuz richiude il cuscinetto per attutire le conseguenze sarà molto più sottile. Tradotto: questa volta i prezzi potrebbero esplodere in maniera incontrollata. In tutto ciò va tenuto conto anche della Cina. In questi mesi ha ridotto le sue importazioni di cinque milioni di barili a giorno e ha pescato a man basse nelle sue riserve, in una totale opacità. Ma neppure quelle sono infinite.

Infine, a frenare sulla ripresa delle ostilità, c’è l’Iran, al di là delle roboanti dichiarazioni propagandistiche. Il suo problema è però opposto. Ha bisogno di svuotare le sue riserve strategiche, che stavano per traboccare. In venti giorni, dopo la firma del Memorandum, Teheran ha esportato 70 milioni di barili, al ritmo inaudito di 3,4 milioni al giorno, contro una capacità teorica di due e una media che oscillava da decenni tra 1,5 e 0,5.

Lo ha fatto per incassare dollari, quasi 5 miliardi, ma anche per avere margini di stoccaggio in caso di nuova guerra. Ma anche qui, i margini non sono infiniti, e si sono già ridotti moltissimo. Come aveva sintetizzato un secolo fa il britannico Lord Curzon, sommo stratega mediorientale, “la vittoria arriva su un’onda di petrolio”. O per un serbatorio svuotato troppo in fretta.

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it