Se n’è andato l’uomo che a Torino chiamavano «l’Americano». Paolo Fresco, presidente della Fiat dal giugno 1998 al febbraio 2003 e per oltre trent’anni ai vertici della General Electric, è morto ieri. Aveva 93 anni.
Nato a Milano cresce a Genova. Al liceo D’Oria divide la classe con i gemelli Paolo e Piero Villaggio, in una città dove circola anche un giovanissimo Fabrizio De André: «Nessuno di noi immaginava l’uomo che sarebbe diventato», ammetterà con il sorriso. Laurea in legge, gavetta nello studio Lefebvre D’Ovidio tra Genova e Roma, poi a 28 anni l’ingresso in Cge. Da lì il salto nella casa madre americana: alla General Electric scala tutti i gradini fino alla vicepresidenza, diventando l’uomo di fiducia di Jack Welch, uno dei manager più celebrati del Novecento industriale. Porta la sua firma l’acquisizione del Nuovo Pignone di Firenze, che sotto le insegne di Ge conquista i mercati mondiali.
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paolo griseri

Nel 1998 arriva la telefonata di Gianni Agnelli. Fresco ha 65 anni, potrebbe godersi la casa di Fiesole e quella affacciata sul porticciolo di Portofino, comprata – raccontava – dopo una cena da Puny. Accetta invece la presidenza della Fiat in una stagione che, per l’auto, è molto complicata. È il periodo che lui stesso definirà «Torino agrodolce»: pendolare tra la Toscana e il Lingotto, interista dichiarato in casa juventina, nel 2000 negozia l’alleanza con General Motors, l’intesa che anni dopo garantirà al gruppo una liquidazione miliardaria e ossigeno prezioso. E accompagna quello che allora è un ventiduenne silenzioso e schivo, John Elkann, attuale presidente del colosso delle quattro ruote: è Fresco a consigliargli l’apprendistato in Ge negli Stati Uniti.
Del suo metodo di negoziatore parlava con disarmante semplicità: «Non bisogna mai mostrarsi troppo furbi o troppo aggressivi. Si vince insieme, è il “win-win” che funziona». Era il credo del manager ribattezzato «Mr. Globalization», titolo dell’autobiografia scritta con Enrico Dal Buono per La nave di Teseo.
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paolo griseri

Della globalizzazione, Fresco fu paladino senza ingenuità: «Fa male solo a chi non vi partecipa», scandiva parafrasando Andreotti, pur riconoscendo la necessità di «controlli efficaci contro gli abusi». Amico di Mario Draghi «fin da quando facevamo escursioni in montagna», giudicò la nascita di Stellantis «un’operazione molto migliore per la Fiat».

L’ultima parte della vita l’ha dedicata alla memoria della moglie Marlène, scomparsa nel 2015 per il Parkinson: alla ricerca sulla malattia ha destinato gran parte del patrimonio, attraverso la fondazione che porta i loro nomi. «San Francesco era un grande egoista: gli dava tanta soddisfazione far del bene», amava ripetere. «La molla positiva del mondo è l’amore». Un ottimista, fino alla fine.
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