Più che un ritiro, un riposizionamento. La fine delle missioni americane in Iraq, dopo 23 anni fra i più tumultuosi nella storia della Mesopotamia, va inquadrato in un nuovo approccio per la presenza statunitense nella regione. Dettato da motivi politici e di cambiamenti tecnologici. Prima di tutto bisogna evitare una ritirata vergognosa come quella in Afghanistan. Poi bisogna riequilibrare gli asset in una maniera meno contradditoria rispetto, per esempio, alla Siria. Infine, bisogna tenere conto della minaccia iraniana. Che non è più solo teorica. È diventata una realtà, pungente. Le ultime indiscrezioni di Intelligence parlano di una inchiesta sugli operatori telefonici del Golfo, che danno servizi di roaming ai soldati di stanza in Kuwait, Bahrein eccetera. Il sospetto è che gli iraniani si siano infiltrati e cerchino di rintracciare i militari per colpirli con i droni. Ma dove li cercano? Fuori dalle basi, in hotel e appartamenti. E perché? Perché nelle basi è pericoloso stare, checché ne dicano le roboanti dichiarazioni del Pentagono. Tradotto: non sono difendibili, non al momento.
In questo senso la chiusura prevista dell’ultima base operativa in Iraq, anticipata dal ritiro del contingente tedesco, è la premessa di una nuova architettura difensiva, volta a creare una cupola impenetrabile o quasi attorno a Israele. Già nelle scorse settimane i media statunitensi avevano anticipato un piano per spostare il quartier generale della Quinta Flotta da Manama, in Bahrein, alle coste del Mediterraneo, cioè israeliane. E un riposizionamento, appunto, di asset da varie basi nelle petromonarchie, come Emirati e Qatar, verso la Giordania. È effetto collaterale della guerra del 28 febbraio. Gli stock di missili sia offensivi che difensivi erano inadeguati a una lunga campagna, che infatti è stata interrotta dopo 39 giorni.

Gli Stati Uniti hanno consumato tra il 45 e il 61 per cento delle munizioni per i Patriot e tra il 53 e l’80 per cento dei Thaad, secondo un rapporto del Center for Strategic and International Studies. Lo stesso rapporto avverte che ci vorranno almeno due anni per ripristinare i Patriot. Stessa situazione per i missili d’attacco come i Tomahawk, meno 45 per cento, e bombe di precisione Jassm. E bisogna anche tenere conto delle esigenze dell’Ucraina.

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