“Anche gli uomini possono aspirare a fare carriera”: ruoli, risate e riflessioni con Maura Bloom

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Come appare una società in cui al posto del maschio alfa c’è la donna alfa, una donna che prevarica l’uomo, che si permette di sminuirlo, appellarlo con vezzeggiativi fuori luogo e fuori contesto, trattarlo da essere umano di serie B, insomma, fare tutto quello che molti uomini fanno alle donne oggi? Questo è il multiverso in cui ci fa immergere Maura Bloom. «Anche gli uomini possono aspirare a fare carriera»: l’artista ci catapulta in un mondo alla rovescia, con donne dominanti. Maura Bloom, all’anagrafe Ronza, origini napoletane e passato di formazione letteraria in Francia e di esperienze lavorative estere, ha inventato un modo unico di denunciare prevaricazioni, marcate e soprattutto sottili, dell’uomo sulla donna. Un universo parallelo dominato dalle donne per far capire quello reale dominato dagli uomini. E l’esperimento è perfettamente riuscito.

Uomini, la donna alfa spiega come ci si sente sminuiti: ridere e capire con l’ironia di Maura Bloom

Come è le è venuta l’idea del ribaltamento delle prospettive?
«Da esperienze personali dalla necessità di sublimare il dolore. Non ho mai vissuto i social come uno spazio solo di intrattenimento, sentivo il bisogno di un progetto artistico con una dimensione sociale. Ho iniziato parlando delle beauty influencer mettendo in discussione i modelli irraggiungibili che proponevano. Poi mi sono appassionata di neuroscienza e ho capito quanto il nostro modo di interpretare la realtà fosse influenzato da stereotipi di genere, bias: creiamo categorie che poi ci limitano. Mi sentivo in una storia già scritta, cercavo un linguaggio che rendesse percepibile questo meccanismo. Per questo nei miei spettacoli entro subito nel vivo del mondo ribaltato, non spiego nulla nemmeno all’inizio. E tutto appare subito strano».

Che effetto ha sul pubblico questo multiverso ribaltato?
«Sul palco sono posseduta da questa donna alfa e tutti entrano immediatamente in un universo parallelo. Le donne si divertono, alcune si sentono liberate. Una sorta di “vendetta” divertente, senza nulla di violento, un po’ come dire agli uomini: ora vi facciamo vedere cosa si prova. Alcuni uomini hanno uno choc di emozioni, prendono consapevolezza, hanno un pugno allo stomaco. Poi ci sono le donne che a fine serata vengono da me piangendo, per qualcosa che è accaduto loro, perché acquistano coscienza, perché capiscono».

Riceve anche commenti negativi?
«Sì. Ci sono gli hater, soprattutto sui social ricevo offese continuamente. Alcuni uomini non capiscono la satira, ma io non prendo in giro una persona in particolare, prendo in giro un sistema di potere. Qualcuno però si rivede e si sente attaccato. Ho ricevuto anche minacce e ho un team di avvocati: sono rimasta molto colpita quando ad aggredirmi sui social sono stati un poliziotto e uno psicologo. Ci sono persone che mi hanno detto: “Stai attenta”, ma dubito che a un collega uomo si sarebbero rivolti allo stesso modo. Questo mi fa capire che quello che faccio ha un senso, dice molto su quello che sto cercando di combattere».

Qual è il suo ribaltamento preferito?
«Mi piacciono molto le interviste del passato. È un modo per mostrare l’humus, la cultura con la quale siamo cresciuti. Una sorta di reperto storico. Mi ispiro anche a interviste Rai degli Anni Sessanta: con il ribaltamento emerge subito la discrepanza, se a dire certe cose è una donna. Il meccanismo rende visibili ruoli che erano rimasti impliciti, ma sui quali ci siamo formati. Anche se le cose oggi sono cambiate. I video sono stati proiettati in alcune scuole e i ragazzi sono rimasti molto colpiti».

C’è la satira del catcalling: come nasce?
«Da disagi personali, episodi accaduti. Da ragazzina ho subito gli sguardi per strada, gli insulti di notte. Forse anche perché sembro un po’ una straniera, mi hanno avvicinato. Ma io ho iniziato a rispondere con un napoletano stretto, volgare. Non ti aspetti la volgarità da una donna, così quegli uomini si bloccavano, destabilizzavo l’aggressore».

E infatti ha scelto il napoletano per il suo spettacolo.
«Mi piace il dialetto: con questo si può uscire dai panni della brava bambina. Un modo, diciamo, per essere “mostruosa”. A volte dico anche parolacce. Tutto è per riprendermi il mio spazio».

Poi c’è lo strumento dell’ironia.
«L’ironia abbatte le resistenze iniziali. Se iniziassi lo spettacolo con uno spiegone sarebbe diverso. Invece entro in maniera immediata nell’esperienza dell’universo parallelo. L’ironia è usata come arma, per non prendere sul serio esperienze difficili. Si tratta di un registro interessante per parlare di cose pesanti e alleggerirle».

Oggi c’è più o meno misoginia rispetto a qualche anno fa?
«Le donne si stanno risvegliando, quindi sì, c’è più misoginia perché stanno togliendo il “giocattolo” agli uomini. Le donne sperimentano una autonomia indispensabile, si mettono al centro, non sono più un genere di serie B. Gli uomini non le considerano più così, acquisiscono coscienza di due generi con pari opportunità. Ma questo in loro crea disagio. Le donne stanno facendo questo percorso da anni, gli uomini hanno bisogno di farsi domande, di capire».

Le ragazze di oggi hanno coscienza del mondo di pregiudizi in cui ancora sono immerse?
«Sempre di più ma non ancora abbastanza. Ci vuole tempo. Devono avere coraggio, bisogna fare percorsi individuali e collettivi e anche gli uomini devono fare la loro parte. Pensiamo al caso di Gisele Pelicot. Gli uomini hanno bisogno di aiuto se continuano a vedere le donne così».

Tutto questo, sui social e in teatro.
«Il tour teatrale, intitolato “Bambolotto”, va avanti: toccheremo ancora Torino, Milano, Bologna, Roma per esempio. Poi sto scrivendo un romanzo: un thriller satirico, un giallo in un mondo ribaltato».

Tornando agli uomini, starebbero meglio pure loro con una parità vera?
«Certamente. Altrimenti interpretano ruoli nei quali sono intrappolati, tra protezione, violenza, necessità di procurarsi il denaro. Bisogna andare oltre gli stereotipi, solo così tutti possono sentirsi liberi, anche gli uomini: possono essere umani, complessi, non incastrati nel loro ruolo. Ho inviato le donne a dirmi in quali modi già oggi escono da questi stereotipi: mi hanno inviato centinaia di centinaia di messaggi in poco tempo. Come quella donna che mi ha detto che il suo compagno ha paura degli insetti ed è lei a occuparsene».

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