Diageo lascia l’Italia, licenziate 96 persone su 127, i dipendenti erano 500 un anno fa

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Diageo sta per azzerare la sua presenza in Italia. Il gruppo britannico – proprietario di marchi come Guinness, Baileys, Smirnoff, Gordon’s e Johnnie Walker – ha avviato il 13 luglio la procedura di licenziamento collettivo per 96 dei 127 dipendenti della sede di Milano, dove rimarranno 30 dipendenti, incluso l’amministratore delegato. La procedura si inserisce in un piano di riduzione globale che prevede l’eliminazione di 15mila posti di lavoro su un organico mondiale di circa 90mila dipendenti. In Italia, però, l’impatto però il disimpegno sembra totale .

Un anno fa Diageo contava 350 dipendenti nello stabilimento di Santa Vittoria d’Alba e 150 nella sede di Torino. Il sito produttivo albese è stato ceduto nel 2025 al gruppo New Princes, che ha rilevato anche gli ex dipendenti Diageo. La sede torinese era stata riorganizzata nel 2022 e poi trasferita a Milano. Oggi, a pochi mesi dal completamento di quel trasferimento, la multinazionale avvia la procedura di licenziamento collettivo per 96 dei 127 dipendenti rimasti nel capoluogo lombardo.

I prodotti del gruppo – Guinness, Baileys, Smirnoff, Gordon’s e Johnnie Walker – continueranno a essere venduti nel mercato italiano, ma attraverso strutture terze: la presenza commerciale resterà, quella occupazionale diretta – da quanto risulta – scomparirà quasi del tutto.

Il disimpegno dall’Italia rientra in una strategia di riallocazione geografica delle funzioni aziendali che riguarda l’intera area europea. Diageo ha già concentrato una parte rilevante dei servizi amministrativi e gestionali in un hub a Budapest, e sta progressivamente affidando ad operatori terzi le attività che non vengono trasferite in Paesi a costo del lavoro inferiore. «Stanno cercando di spostare anche le attività che erano già state mandate in Paesi a basso costo del lavoro- spiegano le fonti – appoggiandosi sempre di più su partner e società terze». Tra i dipendenti coinvolti dalla procedura milanese figurano anche lavoratori assunti nell’ultimo anno, alcuni ancora in periodo di prova, dopo il trasferimento della sede da Torino a Milano.

Per il sindacato la procedura equivale alla chiusura di fatto della sede milanese e alla fine della presenza strutturale del gruppo in Italia. «È inaccettabile – dice Alberto Donferri, segretario generale della Uila Lombardia – che una multinazionale che continua a registrare importanti risultati economici nel nostro Paese consideri l’Italia solo come un bancomat da prosciugare e poi abbandonare. I tentativi aziendali di presentare “piani sociali” di facciata sono stati giudicati insufficienti e bocciati dalle assemblee dei lavoratori».

Le proposte dell’azienda sono state respinte dalle assemblee di oggi, 24 luglio. I lavoratori hanno proclamato lo stato di agitazione e dato mandato al sindacato per avviare iniziative di mobilitazione. È già fissata la ripresa dei negoziati il 29 luglio nella sede di Assolombarda.


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