L’intelligenza artificiale frena. Investimenti miliardari, ma profitti ancora bassi

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Homo bulla est. L’uomo è una bolla. Da oltre duemila anni questa immagine tratta dagli scritti di Marco Terenzio Varrone e ripresa poi da Erasmo da Rotterdam accompagna la fragilità della condizione umana. Da qualche secolo accompagna anche la finanza. Ogni volta che aspettative e prezzi si allontanano dai fondamentali ci si chiede se siamo o meno davanti a una bolla. È accaduto con i tulipani del Seicento, con le ferrovie dell’Ottocento, con le dot-com e i mutui subprime. Oggi tocca all’Ai.

I numeri delle Big Tech dell’Ai aiutano a capire il fenomeno. Pochi settori hanno attirato così tanti capitali nella storia. Produttori di chip, gestori di infrastrutture e creatori di modelli sono il nuovo Eldorado. La fotografia la dà il Nasdaq. Negli ultimi tre anni, quelli del boom dell’Ai, è cresciuto del 150%. Nvidia, azienda simbolo di questa industria, nello stesso periodo è cresciuta del 1.200% arrivando a una capitalizzazione di mercato di 5 mila miliardi. Performance simili hanno registrato Microsoft, Amazon, Amd e Meta. Le otto maggiori aziende tecnologiche capitalizzano 24 trilioni.

La crescita, però, non è più lineare. Nelle ultime settimane qualcosa è cambiato. Prime flessioni importanti e scricchiolii hanno allarmato gli investitori. Non è lo scoppio della bolla, spiegano economisti e policymaker. Ma è il segnale che il mercato ha smesso di premiare ogni investimento legato all’Ai. La Banca dei regolamenti internazionali (Bri) intanto avverte che la concentrazione di capitali nelle Big Tech rappresenta un rischio sistemico: «I responsabili politici devono agire ora. Il ritardo non farà che rendere gli adeguamenti necessari più costosi e aumenterà la possibilità di difficili compromessi in futuro», ha detto Pablo Hernández de Cos. Goldman Sachs invece osserva che «il boom degli investimenti nell’Ai» ha ormai «eguagliato la scala delle dot-com». Il punto, però, è un altro: la distanza crescente tra gli investimenti sostenuti oggi e gli utili che dovrebbero giustificarli domani.

Su questo punto, però, il consenso si rompe. Per Paolo Cellini, docente di Economia digitale alla Luiss, la questione non è se l’intelligenza artificiale troverà un mercato. Ma quando completerà la propria diffusione. «Google ha già trasformato la ricerca nell’economia della risposta. Non si cercano più pagine web. Si cercano risposte». È questo il segnale che la domanda esiste già. Google ha abbassato il costo dei modelli: più il servizio costa meno, più viene utilizzato..Il mondo delle imprese segue invece una dinamica diversa. «Qui entrano in gioco privacy, protezione dei dati, compliance, sicurezza e organizzazione. L’adozione è più lenta».

La Borsa ha iniziato a distinguere tra chi potrebbe beneficiare subito di questa trasformazione e chi dovrà ancora dimostrare di saperla monetizzare. È probabilmente il primo vero cambio di giudizio del mercato. Gli hyperscaler – Microsoft, Alphabet, Amazon e Meta – vengono giudicati soprattutto sulla capacità di trasformare gli enormi investimenti in ricavi. I produttori dell’infrastruttura, invece, continuano a essere premiati. Il mercato sembra credere più ai venditori di pale che ai cercatori d’oro. Chi vende chip, macchinari e capacità di calcolo incassa subito. Chi costruisce modelli deve ancora dimostrare che gli investimenti si tradurranno in profitti.

Alec Ross, docente alla Bologna Business School, sposta il dibattito su un altro piano. «Dobbiamo smettere di parlare di bolla». Il paragone con le dot-com, secondo Ross, è solo parzialmente corretto. «Anche se OpenAI o Anthropic dovessero fallire – osserva – resterebbero data center, reti elettriche, capacità di calcolo e infrastrutture». Come se la fibra ottica sopravvisse allo scoppio della bolla Internet. C’è poi un altro tema. Queste aziende sono diventate troppo grosse per fallire. Non sono startup della prima era di Internet.

È il principio del Too Tech to Fail: aziende ormai troppo centrali per cloud, AI e infrastrutture perché il loro crollo non produca effetti sistemici sull’economia. Per questo, in caso di crisi, i governi potrebbero trovarsi nella condizione di sostenerle per evitare conseguenze più ampie.

È questo che oggi distingue la corsa all’Ai dalle grandi bolle del passato. I mercati discutono ancora se le valutazioni siano sostenibili. Ma hanno già iniziato a selezionare chi, lungo la filiera, potrà trasformare gli investimenti in ricavi. Se questa distinzione continuerà a rafforzarsi, la domanda sarà quale parte dell’industria riuscirà a trattenere il valore generato da questa rivoluzione.

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