Le regole della democrazia

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Devono essere fischiate le orecchie a molti, ascoltando le parole di Sergio Mattarella nel suo discorso alla cerimonia del Ventaglio. Ai comizianti davanti al carcere di Bollate – quelli per cui “la difesa è sempre legittima” e la grazia un quarto grado di giudizio da chiedere a furor di popolo – sarà risultato sgradito il richiamo alle regole contro la giustizia “fai da te”.

Chi invece ha avuto un po’ troppe esitazioni nel condannare con fermezza l’eversione in Val di Susa e non ha avuto prontezza di riflessi davanti agli agenti feriti e le camionette in fiamme, si sarà sentito tirato in causa dal passaggio in cui si invita a “contrastare” ciò che mina la convivenza democratica. E il “contrasto” non è chiacchiera, ma lavoro politico quotidiano.

E non è un caso, forse, che i destinatari del richiamo alle regole scritte o non scritte, piuttosto ciarlieri quando c’è da eccitare la propria curva, stavolta siano rimasti taciturni nelle dichiarazioni di giornata.

Come spesso accade, sono le riflessioni poco urlate a lasciare un segno più marcato. Perché, nella forma e nella sostanza, rappresentano, semplicemente, un altro canone rispetto alla bulimia social, di cui si nutre il discorso pubblico, sempre “contro”, mai “per”. E non è un caso nemmeno che il cuore del messaggio di Mattarella, ruoti, da più punti di vista, attorno al tema cruciale della sicurezza. Lì, nella ossessiva corsa al “consenso”, legata alle singole identità, spesso si smarrisce la questione di “senso”: la sicurezza, della democrazia, è precondizione e bene comune. È convivenza da preservare, non convenienza da perseguire anche storpiando la grammatica istituzionale. Esercizio che poi, in definitiva, rappresenta l’essenza stessa del populismo.

Certo, il caso Roggero dell’“abdicazione dello Stato” denunciata da Mattarella è stato il caso più eclatante. Sostenere che è legittimo farsi giustizia da soli significa rovesciare lo Stato nel Far West delle pistole. E tuttavia è difficile non leggere nelle sue parole sulle regole piegate alle circostanze, la riaffermazione di un principio più generale che va oltre il caso Roggero. In controluce, viene chiamata in causa l’attitudine a una legislazione fatta di strappi e forzature più o meno riuscite o più o meno impedite. Rave, immigrazione dopo Cutro, Caivano, occupazioni, proteste, carceri, Albania, fermo preventivo dopo i fatti di Torino: ogni caso di cronaca, presentato come “emergenza”, si è tradotto in risposte penali e norme ad hoc, spesso concepite in un rapporto controverso con le regole e poi per questo cambiate rispetto alle intenzioni iniziali.

Un film eternamente uguale a se stesso: i tifosi gradiscono, le misure non funzionano, e proprio l’insicurezza irrisolta alimenta nuove misure più ardite. Così, dopo il fermo preventivo, la cui efficacia è franata in Val di Susa, è arrivato il “riconoscimento facciale”. Stesso protocollo, medesimo risultato tra una volontà annunciata che, puntualmente, si infrange sul buonsenso e sulle regole, in questo caso europee. Insomma, le leggi ci sono, basterebbe farle rispettare senza inseguire gli umori.

A quadri normativi invariati, ci sono episodi di gestione della sicurezza e dell’immigrazione catastrofici o eccellenti. La Val di Susa appartiene al primo caso, a Roma la manifestazione “no king” pochi mesi fa invece al secondo. Ai tempi del centrosinistra con Alfano al Viminale c’erano problemi, con Minniti funzionava tutto come un orologio, e così via. Conta come sempre la politica, come capacità di governo e qualità delle classi dirigenti. Ecco, governo. Prima ancora di essere status ed esercizio, è cultura politica. Ci voleva un richiamo. Per chi è lo è pro-tempore. E per chi ambisce ad esserlo.

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