Se n’è andato a sessantasei anni, tradito dal male con cui combatteva da tempo, ed è difficile accettare la perdita perché gli eroi ci appaiono sempre immortali. Franco Baresi, all’anagrafe Franchino, ha attraversato vent’anni di calcio indossando soltanto la maglia del Milan. Da talentino delle giovanili lanciato diciassettenne in Serie A da Nils Liedholm nel 1978 a capitano d’infinito corso, per il carisma innato prima che per la fascia al braccio: l’ultima partita giocata nel 1997, sconfitta interna contro il Cagliari a San Siro. Un’ascesa leggendaria racchiusa anche nei soprannomi: da Piscinin, piccolino in dialetto milanese, a Kaiser Franz dettato dall’accostamento a Beckenbauer.
Bandiere di quelle ormai perdute e rimpiante, simbolo dell’epopea berlusconiana di cui fu protagonista, custode dell’Idea di Arrigo Sacchi dopo un approccio tutt’altro che semplice, ma presente, all’inizio della fiaba, nei momenti bui, anche in quello nero pece dei due campionati di Serie B, il primo imposto dalla Giustizia sportiva. l’altro figlio d’una retrocessione amara sul campo. In tutto, in rossonero, ha messo insieme 719 partite, 33 gol e una galleria abbagliante di trofei: 6 scudetti, 4 Supercoppe italiane, 3 Champions League, 2 Supercoppe Uefa, 2 Intercontinentali. Un’infinita di immagini che scorrono, in questo momento triste, aiutandoci a rileggere un romanzo meraviglioso: Baresi in scivolata, Baresi perfetto nel muoversi senza palla, Baresi con il braccio alzato a chiamare il fuorigioco, Baresi con la maglia numero sei rigorosamente fuori dai calzoncini.
Chissà quante volte s’è pentita l’Inter, la squadra di suo fratello Beppe – che emozione i derby in famiglia -, che lo scartò bambino: dissero che era fragile e il sogno cullato all’oratorio, o nelle partite infinite nell’aia del casale di Travagliato, campagna bresciana, sembrava a pezzi, ma il suo primo allenatore Guido Settembrini, che ne aveva intuito le doti, chiese a Italo Galbiati, intanto passato dai nerazzurri al Milan, di offrirgli una nuova possibilità. Perché il fisico era minuto, ma Franchino aveva tutto: stile, ferocia, tempestività, tecnica. Più la passione per il calcio e la tenacia tramesse da Don Piero Gabella, il parroco del paese. Nemmeno al Milan fu facile, ci vollero tre provini, l’ultimo però non poteva fallire: a bordo campo c’erano Nereo Rocco, Gianni Rivera e Giovanni Trapattoni, impensabile che a una giuria così d’alto bordo sfuggisse un potenziale enorme, pur oscurato da altezza e struttura. Eppoi quella terza volta, Franchino non giocò stopper né terzino, ma interpretò il ruolo in cui sarebbe diventato leggenda: libero tosto eppure così elegante da cavarsela benissimo pure a metà campo, dove, per dire, lo schierò Azeglio Vicini contro l’Urss all’Europeo Under 21. L’affare si concluse per un milione e mezzo di lire, più la promessa d’un milione per ogni centimetro di crescita oltre il metro e settanta.
Nel ruolo, rifinito da Pippo Marchioro, tecnico delle giovanili che amava la zona e incoraggiava i difensori moderni, non più solo classici rudi marcatori, disarcionò imberbe l’esperto Ramon Turone; nella simbologia raccolse invece l’eredità di Rivera, riferimento nello spogliatoio e icona popolare. Predestinato, come in maglia azzurra: campione del mondo nell’82, poi secondo a Usa 1994 – chi non ricorda il suo rientro record appena venticinque giorni dopo l’intervento al menisco e le lacrime dopo quella finale afferrata con forza e persa ai rigori a Pasadena? –, infine terzo a Italia 90, unico calciatore della storia ad aver saggiato tutti i gradini del podio.
Per comprenderne la grandezza, oltre il palmares e le statistiche, vale la pena citare giusto un paio di ritratti di compagni di viaggio: «Per è stato come giocare con Michael Jordan» il pensiero di Billy Costacurta, mentre Marco Van Basten non ha esitato a definirlo «il Johann Cruijff dei difensori». Ha vinto tutto, tranne il Pallone d’Oro – sette volte candidato, nel 1989 lo scavalcò proprio Van Basten -, ma Silvio Berlusconi gliene consegnò uno ad hoc nel giorno dell’addio al calcio, quando San Siro accolse 69mila tifosi e una parata di stelle: Hierro e Redondo, Vialli e Zico, Careca e Romario. All Star contro il “suo” Milan, in panchina Arrigo accanto a Fabio Capello
In rossonero è rimasto anche dopo. Sempre. Ha ricoperto svariati ruoli. Allenatore della Primavera e della Berretti, direttore del marketing, brand ambassador e, tutt’ora, vicepresidente onorario. «Il legame con il Milan – spiegava – è troppo forte e far parte della società significa sapersi adattare di continuo ai diversi ruoli che ti vengono richiesti». Su 127 anni di storia rossonera, Franchino ne ha vissuto cinquanta e chissà che effetto gli avrà fatto lavorare per un brevissimo periodo al Fulham: resistette appena 81 giorni, poi discusse con Jean Tiganà, l’allenatore, e tornò a casa.
Nel giorno dell’addio, tra ricordi e lacrime, è bello ricordare anche il bene che faceva. In silenzio, a meno che non fosse necessario esibire la sua aura per sensibilizzare le persone alla solidarietà. Un modo per restituire parte della fortuna avuta, in una avita però non sempre dorata, caratterizzata nell’infanzia da mille sacrifici, e soprattutto dal vuoto per la morte precoce dei genitori, e adesso spezzata troppo in fretta. Nell’agosto scorso il Milan aveva fatto sapere che in un controllo di routine gli era stato diagnosticato un nodulo polmonare, s’era operato e aveva affrontato con coraggio le cure, il ritorno a San Siro e l’emozione della fiaccola olimpica ci avevano fatto sperare. Solo un’illusione, Franchino non c’è più.
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