
Chi si addentra nella Cripta dei cappuccini a Vienna non troverà la tomba dell’arciduca Leopoldo Ferdinando d’Asburgo-Lorena. Uno dei figli dell’ultimo granduca di Toscana Ferdinando IV non riposa nel mausoleo degli Asburgo, ma a Berlino in un cimitero di Kreuzberg. Una fossa con una croce in metallo brunito come tante, se non fosse per il Cristo dorato. Sulla targa, il nome Leopold Wölfling. Non è un errore: lo scambio di persona è stato voluto proprio da Leopoldo Ferdinando, la cui storia pare scritta da Joseph Roth o Robert Musil, cantori della finis Austriae. È una biografia di identità in conflitto in un’Austria-Ungheria dall’anima plurale e in crisi, simboleggiata dalle teste della sua aquila bicipite rivolte in direzioni opposte. Il sipario di una sorta di opera di Franz Lehár si alza a Salisburgo, dove il protagonista nasce nel 1868 in una famiglia in esilio.
Nell’aprile 1859, travolti dal Risorgimento, gli Asburgo-Lorena hanno lasciato Firenze e la Toscana, che meno d’un anno dopo voteranno per plebiscito l’annessione al regno d’Italia. Primogenito di Ferdinando IV, Leopoldo Ferdinando cresce come in una casa ancora regnante. Cadetto dell’Accademia navale di Fiume, nel 1892-1893 l’arciduca partecipa a una crociera scientifica intorno al mondo con Francesco Ferdinando d’Austria-Este, nel 1914 assassinato a Sarajevo nell’attentato che darà fuoco alle polveri della Grande guerra. Tra i due cugini non corre buon sangue, tanto che Leopoldo Ferdinando viene richiamato a Vienna e trasferito all’esercito. A Brno in Moravia dov’è capitano, l’arciduca ha con sé Wilhelmine Adamovicz, una prostituta di cui è follemente innamorato e che vuole sposare. Troppo per l’imperatore Francesco Giuseppe, che spedisce il nipote alla guarnigione della fortezza di Przemyśl in Galizia, estremo est dei domini asburgici. Tempo per riflettere e cambiare idea per l’imperatore, un secondo esilio per l’arciduca.
I rapporti tra zio e nipote si incrinano definitivamente quando Francesco Giuseppe ordina l’internamento di Leopoldo Ferdinando, irremovibile nella decisione di sposare Wilhelmine, in una clinica psichiatrica di Coblenza per tre mesi. Nel 1902 si consuma la rottura tra l’arciduca e il sovrano. Trasferitosi in Svizzera con l’amata, Leopoldo Ferdinando scrive allo zio di voler essere privato di ogni titolo per assumere il cognome Wölfling. È l’addio a una famiglia respinta come bigotta e al suo capo, giudicato incapace di comprendere i sentimenti. L’arciduca ha un esempio di ribellione in un altro Toscana che ha chiuso con gli Asburgo: lo zio Giovanni. Nel 1889, il figlio del granduca Leopoldo II aveva rinunciato a tutto per lasciare la famiglia col nome Johann Orth. Acceso critico dell’impero, Giovanni se ne andava scosso dal suicidio del cugino arciduca Rodolfo, figlio ed erede di Francesco Giuseppe di cui era intimo amico condividendone le idee liberali. Come con Giovanni, l’imperatore accoglie le richieste di Leopoldo Ferdinando, che nel 1903 sposa Wilhelmine. Grazie all’appannaggio garantito da Francesco Giuseppe al nipote, la coppia vive tra Ginevra e Zug fino al divorzio nel 1907. Wölfling sposa un’altra ex prostituta, Maria Ritter, con cui si trasferisce a Parigi. I due si separano nel 1916 per poi divorziare. È già in corso la Prima guerra mondiale, che precipiterà l’ex arciduca in un’esistenza di espedienti per sopravvivere. Alla caduta della duplice monarchia, la repubblica austriaca sequestra il patrimonio degli Asburgo e Wölfling si ritrova senza una soldo coperto di debiti. Inizia un altro capitolo di una fuga senza fine dal passato in oro ed ermellino.
A Vienna, il rampollo degli Asburgo-Toscana gestisce una bottega di alimentari, fa da guida nei palazzi imperiali dell’Hofburg e Schönbrunn. A Berlino, Wölfling si arrangia come giornalista, ballerino a pagamento per dame sole all’Hotel Adlon, attore nei cabaret mentre sostiene l’avvento del nazismo in cui vede la promessa di un mondo migliore. Coi soldi che non bastano mai arriva la pubblicazione di memorie. Raccolte di aneddoti, vizi e scandali degli Asburgo su cui l’autore scarica giudizi trancianti per fare cassa appagando la curiosità dei lettori. Qualche entrata arriva, colui che poteva diventare granduca di Toscana si sposa per la terza volta. La prescelta è la figlia di un ferroviere, Klara Pawlowski di 34 anni più giovane. I due alloggiano in un tetro casermone di Kreuzberg, dove Leopoldo Ferdinando si spegne in povertà nel 1935. Al funerale solo pochi vicini accompagnano il feretro tumulato a terra: niente di più distante dal fasto barocco delle esequie degli Asburgo, che si chiudono con la cerimonia della bussata alla porta della Cripta dei cappuccini.
Tuttavia, qualcosa del passato imperiale rimane. Sulla targa della croce nel cimitero di Kreuzberg, Leopold Wölfling è ricordato a lettere d’oro come arciduca d’Austria. Per ironia della storia, sull’arciduca che non voleva esser tale ancora batte il freddo sole degli Asburgo.
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