
Si è sentito male l’altra sera, poi sembrava essersi ripreso, ma stamane il suo cuore ha cessato di battere. Lo racconto con profonda tristezza, senza tanti giri di parole, come avrebbe fatto lui. È morto Carlo Borlenghi, il numero uno dei fotografi di vela del mondo, erede dei Rosenfeld e dei Beken of Cowes. Era nato a Bellano, aveva 70 anni.
L’uomo
Ricordare Carlo è un piacere, oltre che un dovere. E’ stato una figura che ci ha accompagnato per decenni sui campi di regata, sulle banchine, negli yacht club. Mai in prima fila, se non per scattare. Rare volte l’avevo visto senza macchina fotografica a tracolla, e comunque aveva sempre lo smartphone in tasca per sostituirla. Alcune sue foto col semplice cellulare sono diventate celebri. E lui ha sempre detto che lo smartphone ha una definizione migliore della prima macchina digitale che aveva acquistato per 24 milioni di lire
Occhiali dalla montatura trasparente, sneakers Prada, quasi sempre abbronzato, la sigaretta (ma aveva ridotto notevolmente) aveva una vita da globetrotter. “E’ scandita dalle regate. Mi fermo solo d’inverno, solitamente per un mese, quasi sempre tra gennaio e febbraio. Torno dalla Sidney-Hobart (una delle regate più dure, che si corre agli antipodi, nda), mia moglie mi aspetta a Hong Kong e partiamo. Cambogia, Vietnam… Ogni volta un pezzo diverso di Oriente. Niente mare, almeno in ferie…», mi aveva raccontato.
L’arte dell’attimo
Carlo era il più bravo, non ci piove. L’ho visto su tutti i campi, ho apprezzato le sue innovazioni, idee. L’immagine semi-sommersa, ad esempio (“Io che non so nuotare ho sempre sognato di fotografare le barche da sott’acqua”: da qui il palo con una macchina fotografica subacquea fissata all’estremità). Si è evoluto, ha saputo stare al passo con i tempi. I droni, ad esempio. Anche se lui penso prediligesse ancora l’elicottero. Ho avuto il privilegio di volare con lui, l’ho seguito da vicino, mi sono sporto insieme per guardare sotto e avere la prospettiva sua nel catturare la barca che sfilava sul blu.
Diceva che a far grande una foto è la novità e che l’essenza dell’immagine “sta nell’aver colto l’attimo”. Il momento della celebrazione della vittoria, quello della sconfitta. “Se una foto è giusta non c’è bisogno di didascalia”, spiegava in una confessione video raccolta da The Boat Show. E diceva anche che bisogna saper aspettare, per raggiungerla. «Anche un mese, l’importante è averla in testa». Come quell’incrocio tra l’Amerigo Vespucci, la nave scuola della Marina Militare italiana e Luna Rossa, che aveva cristallizzato nel tempo durante la Coppa America del 2003 ad Auckland, in Nuova Zelanda. E che aveva ripetuto, più di recente.
Oppure, immagini che sembrano acquerelli. Vele sfumate, dissolte, disegnate con tempi brevissimi. E ancora, vele afflosciate, piegate, gonfiate. Vele senza vela, colte altrove anziché sul mare. Riflessi, sagome in controluce. Spruzzi. “Devi aspettare che la prua batta e sollevi gli spruzzi..”. Un artista.
Non sapeva nuotare
La cosa che mi ha sempre stupito di lui è che non sapeva nuotare. Ma come, lui che trascorreva più tempo quasi sull’acqua che a terra? E per questo – ricordo la barca di Pierre Casiraghi che sul lago di Garda ha sovrastato il suo gommone e il foil gli ha fatto quasi “la barba” – ha anche rischiato. Però, ce l’ha fatta, è diventato il numero 1. Il che dimostra che basta volerlo e si supera ogni ostacolo.
Di recente, ho letto una sua intervista a Vela e Motore rinato, in cui racconta di sé, aneddoti e soprattutto guarda avanti. Senza rimpianti per la vela che fu, pronto a seguire ancora l’evoluzione di questo sport che nell’articolo definisce “meraviglioso”. E raccontava anche che, potendo, avrebbe voluto far vedere le sue foto (circa 13 milioni di scatti nel suo archivio) al padre, scomparso prematuramente.
Penso che Carlo abbia vissuto una bella vita, almeno professionale. America’s Cup, i giri del mondo con Giovanni Soldini (“Abbiamo lavorato tanto insieme, mi è rimasto nel cuore”, dice il velista), mille altre regate. E questo mi conforta. Penso che abbia avuto a fianco una donna intelligente e dolce, Alessandra, che lo ha sostenuto, aiutato. Ed è ancora un conforto. E penso anche che abbia saputo infondere l’esempio e la sua passione a tanti giovani, che lo hanno affiancato, che hanno lavorato con lui. Oggi ho sentito uno di loro. Piangeva. “L’uomo mortale non ha che questo d’immortale: il ricordo che porta e il ricordo che lascia”, diceva Cesare Pavese.
I funerali si terranno il 5 Agosto alle 11.30 a Bellano nella Chiesa dei Santi Nazzaro e Celso.
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