Guccini, le canzoni che ci hanno fatto innamorare del cantautore con il cuore a Pavana

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L’impegno sociale e politico cantato con la stessa passione riservata a un amore tormentato. La Shoah, un ferroviere anarchico, un amore spezzato, un futuro senza natura. Temi universali, versi che hanno attraversato generazioni e raccontato il mondo. Ma sempre tornando lì, a Pavana. Quel piccolo, magico borgo dell’Appennino pistoiese che è stato insieme il teatro delle sue storie e il punto di osservazione privilegiato del suo sguardo sul mondo: un luogo dello spirito per Francesco Guccini. «Qui nasce la voglia di raccontare, sentendo gli altri raccontare», spiegò lo stesso cantautore. Una scuola di memoria, umanità e cultura contadina che attraversa tutta la sua produzione e vive ancora oggi nei suoi brani più celebri.

Le sue canzoni sono diventate patrimonio della musica d’autore italiana perché hanno saputo trasformare storie personali e vicende storiche in emozioni trasversali. C’è “Auschwitz”, una delle prime canzoni italiane dedicate alla memoria della Shoah, che continua a commuovere con il suo struggente «Son morto ch’ero bambino». E poi “La locomotiva”, l’epopea del ferroviere anarchico Pietro Rigosi, diventata negli anni un inno alla libertà, alla giustizia sociale e alla forza degli ideali. «Non so che viso avesse, neppure come si chiamava», canta Guccini in apertura del brano: non è l’identità dell’uomo a contare, ma il valore simbolico del suo gesto. Il ferroviere diventa così il volto di tutti coloro che, mossi da un ideale di giustizia, scelgono di ribellarsi all’ingiustizia, trasformandosi in un mito collettivo più che in una semplice figura di cronaca.

“L’avvelenata”, il grande sfogo contro i critici, il mercato discografico e il conformismo culturale, passata alla storia anche per quella frase tanto amara quanto sincera: «Ma s’io avessi previsto tutto questo…», come canta nell’incipit del brano del 1976 contenuto nell’album Via Paolo Fabbri 43. È una dichiarazione d’intenti e, insieme, uno sfogo durissimo contro critici e detrattori, una difesa della propria libertà artistica e del diritto a non piegarsi alle aspettative del mercato.

E poi “Canzone per un’amica”, una delle pagine più intense del suo repertorio, capace di trasformare un lutto improvviso in una riflessione senza tempo sul senso della vita e della morte. Senza dimenticare “Il vecchio e il bambino”, favola poetica e profetica che, con decenni di anticipo, immaginava un mondo senza più natura, affidando alla memoria l’ultima possibilità di dialogo tra le generazioni.

Nulla, nelle canzoni di Guccini, è lasciato al caso. Ogni parola pesa, ogni immagine diventa simbolo. Lo dimostra “Dio è morto”, manifesto generazionale scritto nel 1965 e diventato una delle canzoni più rappresentative del suo repertorio. La critica sociale non fa sconti: Guccini denuncia il conformismo, il carrierismo, l’ipocrisia e la falsa morale della società dei consumi, affidando il suo messaggio a versi rimasti scolpiti nella memoria collettiva: “Nei campi di sterminio, dio è morto. Coi miti della razza, dio è morto. Con gli odi di partito, dio è morto”. Sferzante, diretto, allergico alle ipocrisie. Come quando disse: «Mi hanno scritto di andare all’inferno e per fortuna che c’è Vasco Rossi».

Capolavori molto diversi tra loro, eppure uniti da un filo conduttore. Ognuno affronta un tema diverso – la guerra, la morte, la ribellione, la memoria, l’ambiente – ma tutti nascono dallo stesso modo di osservare il mondo. Quello che Guccini ha imparato a Pàvana, ascoltando i racconti degli anziani, assorbendo la saggezza della cultura contadina e facendo della memoria uno strumento per leggere il presente. È in quel paesino dell’Appennino che affondano le radici di una poetica capace di parlare a intere generazioni e di rendere immortali canzoni che, ancora oggi, continuano a essere cantate, citate e amate.

Amatissimo dai pistoiesi: impossibile dimenticare quando scendeva già in città, si metteva al pianoforte, senza dire granché, con un bicchiere di vino da sorseggiare per schiarirsi la voce e fare omaggio al territorio tosco-emiliano. Per poi intonare: “Venite pure avanti, voi con il naso corto. Signori imbellettati, io più non vi sopporto. Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio. Perché con questa spada vi uccido quando voglio” da un altro masterpiece come “Cyrano”.

Più intimo, ma sempre trasparente e schietto quando ci racconta la fine di un’illusione amorosa e ci insegna a prendere atto di una distanza insanabile tra due partner: un legame basato su un sogno destinato a svanire. E la colpa non è di nessuno: “Vedi cara, io cerco ancora e così non spaventarti. Quando senti allontanarmi: fugge il sogno, io resto qua. Sii contenta della parte che tu hai. Ti do quello che mi dai, chi ha la colpa non si sa”.

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