«Cento milioni di soldi pubblici per una maxi fornitura di mascherine» considerate non a norma. E una transazione chiusa in fretta e furia dallo Stato con JC Electronics Italia dell’imprenditore Dario Bianchi, vicinissimo al partito di Giorgia Meloni. L’audizione di Giuseppe Conte di fronte alla Commissione Covid inizia con un colpo di scena, con un nuovo capitolo di un giallo che non si è ancora esaurito a distanza di quattro anni. Si tratta di una lettera anonima che l’ex presidente del Consiglio svela di aver ricevuto nei giorni scorsi.
Il verbale in procura
«Lunedì mi sono presentato in procura a consegnarla. Merita approfondimenti senza alcun colore politico». I membri della commissione ascoltano la rivelazione e attendono spiegazioni. «È un documento, redatto il 14 aprile 2022», relativo alla verifica delle forniture consegnate dalla JC Electronics, ditta del frusinate con un fatturato annuo intorno ai quattro milioni di euro che si occupa di materiale elettrico e che durante la pandemia si è reinventata con le Ffp2. «Leggendo questo verbale – sottolinea Conte – emergerebbe che quei colli non sarebbero mascherine con efficacia filtrante. Addirittura i documenti di accompagnamento avrebbero una rappresentazione contraffatta: le mascherine importate sarebbero state diverse da quelle dichiarate». La ditta di Colleferro replica con una nota: quel verbale «non è una novità. È già stato portato in giudizio ed è uscito indenne dal vaglio della magistratura». Insomma: nessun falso. «Le nostre mascherine sono risultate conformi». L’ex presidente del Consiglio prosegue: «Ci sarebbe la possibilità, tutta da accertare, che siano stati pagati 100 milioni di euro per mascherine che non corrispondevano alle caratteristiche richieste». E invita a «bloccare la transizione» in attesa degli accertamenti.
Dal contratto ai certificati
Per raccontare questa faccenda intricata bisogna tornare a marzo 2020, quando Dario Bianchi, che vive e lavora in uno dei feudi di FdI, decide che la sua ditta deve mettersi a produrre mascherine e diventare fornitrice dello Stato. L’imprenditore, in audizione, inseguito da diversi sguardi scettici, spiega di essersi presentato alla portineria della Protezione civile «su sollecitazione di un dirigente» con l’offerta su un foglio A4. Proposta accolta: la JC ottiene un contratto per una distribuzione di 10 milioni di Ffp2 (tra gli ultimissimi ad essere stipulati dalla Protezione civile e non dal commissario tecnico). L’azienda sosteneva che si trattasse della prima tranche di una fornitura illimitata, altri negano. E sottolineano una serie di anomalie. Nei primi mesi del contratto raccontano che la ditta abbia consegnato solo il 5% del prodotto, giustificandosi con problemi alle Dogane. E che, sollecitata a rispettare i patti, abbia rassicurato tutti facendo riferimento a una consociata olandese. C’è poi la questione delle certificazioni delle mascherine con due email che sarebbero state inviate alla struttura commissariale a distanza di nemmeno due ore. In allegato, sostiene l’azienda, i documenti di conformità delle Ffp2. C’è chi invece racconta un’altra storia e cioè che quei certificati fossero intestati ad altre aziende.
Le vicende giudiziarie
Certo è che la maxi fornitura viene bloccata dalla struttura commissariale perché ritenuta non conforme agli standard richiesti. Ne nasce uno scontro giudiziario. I contenziosi penali vengono archiviati, resta quello civile. In primo grado il tribunale di Roma riconosce alla società 203 milioni e, va da sé, la decisione viene impugnata da Palazzo Chigi e dal ministero della Salute che avevano chiesto anche la sospensione della sentenza. Il governo, poi, cambia strategia. Vuole chiudere la partita e, senza attendere l’appello, il 31 ottobre 2025 l’esecutivo decide di transare: cento milioni di euro per chiudere il contenzioso. Ogni operazione viene portata avanti sotto traccia. E quando Bianchi, ad aprile, depone in commissioneCovid, continuando a trattare la vicenda come se il giudizio fosse ancora aperto, la macchina amministrativa aveva già deciso.
Il profilo dell’imprenditore
Conte ieri ripercorre i passaggi: «Ho l’obbligo di diffidare la presidenza del Consiglio. Di fronte a un procedimento, lo Stato non aspetta il giudizio e liquida tutto in fretta e furia? ». Poi un riferimento a Bianchi che, il 13 dicembre 2024, dal palco della festa di FdI tuonava contro «l’ombra della speculazione» sulla pandemia. «Lo portate in processione, dappertutto. Da Atreju alle feste di paese», dice l’ex premier. E le opposizioni sottolineano i suoi legami con il partito di Giorgia Meloni. Imprenditore spavaldo, durante il Covid rinnova la sua azienda e nelle mascherine vede un’opportunità. Salvo poi diventare “il grande accusatore” della gestione della pandemia del governo Conte e tramutarsi, nella commissione d’inchiesta, testimone chiave della maggioranza.
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